Uncategorized

EFFE

“Perché il pomeriggio arrivato e già andato” (Sunrise, 2004 – Norah Jones)

Peso: N.P.

Prendete due soggetti: ERRE (io) ed EFFE (lui) e chiedetevi come possono due persone così diverse frequentarsi per anni, divertirsi, stimarsi, volersi bene.

Ansia. Lui completamente privo di questo stato psichico. Io la spalmo sulle fette biscottate e lascio che il suo alone si depositi sui cuscini.

Amori. Lui donne bellissime, intelligenti e spesso ironiche. Io uomini, spesso cessi e casi umani.

Studiare. Lui metodico studiava la mattina, programmandosi le pagine da fare in quella giornata. Io mi affannavo l’ultima settimana, in genere la notte, e ogni volta con la stessa promessa, che l’esame successivo sarei stato uno studente modello. Promessa mai mantenuta.

Vestiti. Lui sempre elegante, la cravatta non mancava mai. Io vestivo in base all’umore, ma spesso jeans, magliette e scarpe da ginnastica.

Calzini. Lui neri, blu scuro o grigi. Io che lo scrivo a fare.

Aperitivo. Lui analcolico. Io alcolico.

Cibo. Lui mangiava come un usignolo. Io bulimico me magnavo pure l’usignolo vivo se si avvicinava.

Musica. Lui Beethoven, Mozart, Bach. Io escludendo il metal e il rap, mi dichiaro “un onnivoro schizofonico”.

Cinema. Lui solo cinema d’autore. Io anche, ma spesso volevo sognare e preferivo quello di evasione.

Libri. Lui leggeva solo saggi. Io romanzi e biografie.

Mezzi di trasporto. Lui sempre rigorosamente in macchina. Io scooter ai nostri tempi e poi autobus.

Penso che una volta stava per uccidermi. Erano i tempi dell’università. Eravamo sul mio motorino, uno di quei vecchi Garelli che al posto del freno avevano il paracadute e che quando scorazzavo per strada, alzavo di non so quanti decibel l’inquinamento acustico a Roma. Avevo una targa legata con una corda. Quella notte feci non so quante infrazioni per cercare di imboccare una strada. Ci videro dei vigili ed io preso dal panico non mi fermai. Dissi a EFFE di nascondere la targa. Ci inseguirono. Sono sicurissimo che degli sceneggiatori americani ci abbiano visto ed hanno dato vita al franchising di Fast and Furious (meriterei i diritti eh). Lui spaventato mi diceva che 10 anni di galera non ce li avrebbe tolti nessuno. Alla fine entrai in un vicolo inaccessibile per le macchine e poco più avanti ci nascondemmo dietro a un cassonetto. Li avevo seminati. Lui fu preso da un attacco di rabbia e paura e me ne disse di tutti i colori, con il passare del tempo la nostra incosciente bravata è diventata un ricordo must di quegli anni.

Poi succede che ci si perde per strada. Non si litiga. Ci si fidanza. Ci si sposa. Veniamo fagocitati dalla vita e dalle sue giornate, dagli straordinari da fare, chi dai pannolini da cambiare, chi dai figli da portare a scuola, dai panni da stendere o semplicemente da una serata davanti alla TV. Le telefonate si diradano, a volte restano i messaggini di auguri al compleanno o di fine anno, con la solita promessa che nel nuovo anno avremmo dovuto trovare un modo per passare una serata insieme, per celebrare i vecchi tempi, ma soprattutto per condividerne dei nuovi. Fino a quando perfino i messaggi cessano.

E poi questa settimana mi arriva la telefonata inaspettata di G., che mi dice che ha saputo che EFFE non c’è più, che un bastardissimo cancro se l’è portato via, in pochissimo tempo. Io ho ascoltato, senza dire molto. Poi ho chiuso il telefono e la prima cosa che ho fatto è stata prendere le foto, per fortuna tutte stampate, non quelle fredde in jpg sparse sul PC, che ogni crash del computer potrebbe portarti via. Ho lasciato le mie impronte sui bordi, sulla sua camicia, sui nostri volti, ancora senza rughe, che la vita poi ci ha disegnato con pennarelli indelebili, sempre più profonde. E ho pensato a un esame che abbiamo preparato insieme: diritto pubblico. Io detestavo quell’esame. Lui mi aiutò a superarlo. Studiammo insieme. Mi adeguai, per quanto possibile, al suo metodo e soprattutto ai suoi orari. Alla fine io presi 30 e lui 26. E questa cosa creò inizialmente un certo disagio. Lui era più brillante, aveva studiato più di me e aveva preso un voto che non meritava. Poi con il tempo abbiamo finito per riderci su e per quell’esame diventai: culone culattone!

Ed è vero quel voto non era giusto, perchè accadono delle cose che non sono giuste, e non capisci perchè, ma quel giorno è andata così, forse stavo simpatico al professore, forse sono stato capace di esporre meglio i concetti, forse lui si è impantanato in alcuni articoli, chi lo sa, e che nella vita le cose vanno così, merito o non merito, fortuna o destino, vivi, corri, speri, sogni, ma sono troppe le variabili sconosciute che s’incrociano. E poi arriva la morte che rimpicciolisce ogni cosa, da uno stupido like, alla scadenza di una bolletta, da una malinconia che arriva da chissà dove, al post che devi scrivere, dal buco della cintura, a quel lavoro che ti rende infelice; e quell’affanno di dover sapere a tutti i costi che cosa succederà domani nella nostra vita, improvvisamente diventa un inutile rumore di fondo, pensando a quel destino che ci falcia, come chicchi di caffè in un macinino.

058 EFFEQuesto lunedì è per EFFE a cui piaceva tanto il mare

Standard
Uncategorized

QUANDO PARLARE, QUANDO ASCOLTARE

“La cosa più grande che tu possa fare è scambiare un sorriso con qualcuno che è triste” (Friends, 1970 – Led Zeppelin)

Peso: N.P.  

I fantastici quattro” è uno dei pochi gruppi su WhatsApp che ancora riesco a tollerare, in genere abbandono o non rispondo mai, dopo averli silenziati. E siamo: io, Irene (conosciuta in un inutile master nel 2003, e la nostra amicizia è stata l’unica cosa che abbiamo conservato), Cinzia e Sassenach (conosciute entrambe sul lavoro, ma in due posti diversi). Da oltre due anni siamo su questo gruppo.

Domenica 14/05/2017. Mi svegliano dei messaggi. Arrivano tre foto sul gruppo, tutte più o meno alla stessa ora e su cui scritto: In effetti i biscotti che hai fatto fanno davvero cagare. Abbiamo preferito altro. 😀

Ok! Rewind!

La mia settimana è stata quella settimana in cui non vorresti ascoltare e soprattutto non parlare con nessuno.

  • Mio padre mi chiama per aggiornarmi sulle analisi fatte a mia madre, per sapere se le amputeranno le gambe per via di un’infezione che ha. Io non volevo ascoltare. E dentro di me pensavo che per fortuna mia madre è svalvolata con l’Alzheimer, per cui se dovesse succedere potremmo dirle che le gambe ci sono e che con la cataratta che si ritrova non le “vede bene”.
  • Una mia conoscente mi chiama per raccontarmi dei suoi problemi economici e sentimentali. Io non volevo ascoltare, ma educatamente l’ho fatto, quasi educatamente, perché ho avuto vari giri mentali di distrazione e non sono in grado di ripetere tutto quello che mi ha detto. Per fortuna ho una certezza, che questo blog non lo legge, per cui posso tranquillamente scriverlo.
  • Ho aiutato la signora del terzo piano con la spesa, non mi ha detto grazie, non mi ha chiesto come mi vanno le cose, le premeva solo di dirmi che quest’anno per problemi economici non potrà farsi tre settimane di vacanze, ma solo due. Io l’ho ascoltata educatamente perché ho capito il suo disagio, io questo mese sono riuscito a pagare nella giusta scadenza due bollette su tre. In termini “numerici” quanto meno siamo “empaticamente vicini”.
  • Ho accompagnato A. dal veterinario, perché ha dovuto far sopprimere il suo gatto. Mi ha ricordato quando ho dovuto far sopprimere il mio. E quando lui era lì piangeva come un disperato ed io non sapevo se ascoltare il suo dolore o provare a dire qualcosa, per alleviarlo. Il problema era che cosa potevo dire?

Sabato 13/05/2017. Quando le mie giornate prendono un verso un po’ storto è meglio non uscire. Conosco alcuni miei limiti. Mi sono fatto incastrare venerdì da alcuni ex-colleghi. E mi sono fatto incastrare dalle ragazze dei fantastici quattro sabato sera. Ok cena a Cerveteri da Cinzia. Stavo per perdere il treno e mi sono messo a correre che manco Mennea o Ben Johnson dopato mi avrebbero raggiunto. Io l’ho preso da Roma-Termini, Sassenach e Irene da Roma-Tuscolana. Siamo arrivati a Cerveteri alle 18.30 ed io ho avuto la pessima idea di fare, per la prima volta nella mia vita, dei biscotti da solo e che avremmo mangiato a colazione il giorno dopo. Volevo impegnarmi in qualcosa, non volevo pensare, forse perché non volevo interagire. Mentre seguivo nel modo più attento possibile le istruzioni ricavate dalle ricette da coinquiline, le ragazze hanno cominciato a parlare di figli, di voti, di lavoro, di mariti, mentre le mie parole le uccidevo con il cibo e le spostavo sui fianchi e sul culo. Al termine della cena i biscotti erano pronti, peccato che erano morbidi sopra, ma bruciacchiati sotto. Eppure ero stato così attento. Avevo seguito perfettamente le istruzioni. Non c’è niente da fare, puoi seguire le regole con rigore, ma nulla ti conferma che le cose andranno poi in quella direzione. E che a volte è tutto il contrario di tutto. C’è gente che lotta per eliminare l’olio di palma dai biscotti e poi inala quotidianamente gas di scarico e polveri sottili.

Rom: “Io odio fare i biscotti. Io odio pagare le bollette. Io odio la signora del terzo piano. Io odio chi mi ossessiona con i suoi problemi. Io odio non avere una vita. Io odio portare i gatti a morire. Io odio le mamme con le gambe mozzate.”

Ed ecco che quando è il tempo di parlare, io lo faccio, peccato che le mie modalità sono state di uno che ha cagato su di un tappeto persiano. E poi il tappeto lo ha arrotolato, convinto di aver eliminato la puzza di merda. E in quel preciso istante davanti a loro si è materializzato quel luogo comune: checca isterica. Che poi, diciamo la verità, in quel momento ho assolutamente confermato. La serata di per sé già non era stata particolarmente brillante ed è finita abbastanza in vacca. Le ragazze hanno preso i biscotti, più come atto di cortesia, e sul ritorno in treno siamo stati abbastanza silenziosi. Quello era forse il momento giusto per parlare, perché quel silenzio era imbarazzante, ma non ci sono riuscito. La notte è stata insonne, i fiori di Bach hanno avuto lo stesso effetto che ha un cerotto su di un taglio di 40 cm. Mi rivoltavo nelle lenzuola domandandomi quando è tempo di ascoltare? Quando è tempo di parlare? Quando si raggiunge il giusto equilibrio? O è tutto come il peso sulla bilancia, che non è mai stabile, ma oscilla secondo quelle abbuffate in cui perdi il controllo nell’atto di mangiare?

Quando domenica mattina sono arrivate le foto e le mie amiche hanno cominciato a prendermi in giro, abbiamo cominciato a chattare a singhiozzo, per quasi tre ore, e sono venute a galla cose inaspettate. Cinzia dovrà subire un intervento, un po’ delicato; Irene ha perso il lavoro da due mesi e non ci aveva detto nulla e Sassenach è in terapia da un anno per attacchi di panico. Ed io mi sono sentito un po’ in colpa per una serata che avevo rovinato.

Nel pomeriggio Sassenach e Irene sono venute a casa a prendere una tisana di zenzero e limone, ho evitato di fare il caffè per paura di bruciarlo, e poi tramite Skype ci siamo collegati con Cinzia a Cerveteri. E in quel pomeriggio abbiamo ritrovato quella leggerezza offuscata la sera prima. E che forse spesso siamo talmente presi da noi stessi, che ci dimentichiamo degli altri, che ognuno racconta una storia, ma siamo convinti che la trama che appartiene alla nostra è più importante, meriti più attenzione. E finiamo per perderci. Non guardiamo gli altri. Non lo so qual è il momento giusto per ascoltare, né quello per parlare, ancora più difficile è trovare quello per comunicare, perché in fondo anche i cuochi più esperti possono bruciare i biscotti, basta una stupida distrazione e la fiamma è troppo alta o il forno poco ventilato ed ecco che i biscotti si rovinano, e allora quello che puoi fare e cercare di grattare con il coltello la parte bruciata, e sperare di annusare quel profumo che sa di zucchero, cannella e mandorle tostate, che ti riporta a casa.

combine_imagesQuesto lunedì è per Irene, Sassenach e Cinzia

Standard
Uncategorized

UNA SECONDA POSSIBILITÀ

“È arrivato il tempo di lasciare spazio” (Come foglie, 2009 – Malika Ayane)

Peso: N.P.  

E ci sono quelle giornate in cui mi sento un po’ una merda, soprattutto quando faccio i conti con il passato, con le scelte che ho fatto e con le persone che ho incontrato per strada o in generale nella vita. Ad esempio, con i “dialogatori culturali”, che mi sembra si chiamino così, che s’incontrano ogni giorno in strada, nelle piazze, nei centri commerciali, nella metro, in cerca di una firma, soprattutto un sostegno economico o per condividere la realtà che stanno cercando disperatamente di cambiare. E in quei casi, non posso mai abbassare la guardia, perché anche se rispondo con gentilezza, ecco che mi cucinano per bene, e non ho pazienza, non ho tempo, non ho energia, non ho soldi o egoisticamente non ho voglia di relazionarmi con i problemi del mondo, perché mi sento già soffocato dai miei. In questi casi dalla mia fottuta bocca faccio uscire di tutto.

GREENPEACE: Ha saputo che c’è il rischio dell’estinzione di una specie animale? Rom: Aò io firmo solo per i maiali, perché a porchetta nun me la deve toccà nessuno. Chiaro! Tutti l’artri animali possono annà affanculo!

AMNESTY INTERNATIONAL: Lei lo sa quanti condannati a morte sono detenuti da anni nel carcere in attesa di questa atroce sentenza? Rom: Lei lo sa quanta gente vorrei ammazzare io solo perché mi rivolge la parola senza autorizzazione?

TESTIMONI DI GEOVA: Che cosa pensa della Bibbia? Rom: Io credo che dopo “Il signore degli anelli” di Tolkien sia il miglior fantasy in assoluto.

LIPU: Lei sa che molte razze di uccelli stanno scomparendo? Rom: Lo so, sono single da una vita.

Sì! In certi momenti, ma anche in altri, mi sento un po’ una merda. E forse lo sono.

Nei giorni scorsi ero dai miei. È stata l’occasione per vedere alcuni amici, tra cui Barbara, amica dei tempi della scuola superiore, con la quale ci siamo regalati una mattina tutta per noi, come i vecchi tempi, io staccando dal fare il badante a mia madre e lei dal marito e dal figlio. E mentre eravamo in un bar, per berci uno spritz, il nostro sguardo è caduto su di un uomo. Era in compagnia, di due bambine e una donna, probabilmente la moglie e le figlie. Ha frequentato con noi il primo anno delle superiori, poi fu bocciato, ma io lo ricordo soprattutto perché insieme al “galletto” era uno dei bulli che ha reso la mia adolescenza un tantino un dito al culo, con sabbia e senza vasellina, che ho descritto nel post ROMEO. Che ha annerito, insieme agli altri, non solo i miei pensieri, ma anche la mia autostima. A un certo punto anche lui ha cominciato a fissarci.

Rom: “Sì, sì, è lui. Oh Dio.”

Barbara: “È sulla sedia a rotelle. Ma cosa gli sarà successo?”

Rom: “Boh forse un incidente, una malattia.”

Barbara: “Ci sta guardando. Secondo te ci ha riconosciuto?”

Rom: “Non lo so, però visto che non abbiamo ancora ordinato, ti va se usciamo?”

E mentre per strada cercavamo un altro posto per prenderci un aperitivo, io sono ripiombato nel mio passato. Ho sempre pensato che alcune cose fossero sepolte, ma evidentemente non è così, basta uno scossone ed ecco che dalla terra spunta qualcosa. Mentre cercavamo un altro bar, Barbara è andata su facebook (per la serie facciamoci i cazzi degli altri) per cercare il bulletto, ma non l’ha trovato. Lui ci stava guardando, ci aveva riconosciuti? Si ricordava di quello che mi aveva fatto? Perché io non l’ho dimenticato. E poco prima di entrare in un bar ci ha fermato un ragazzo, che con una penna in mano ci ha chiesto: volete mettere una firma contro la droga? Ora io in un momento in cui credo che pure Freud, se avesse avuto a che fare con i miei pensieri, si sarebbe impasticcato di moment e prozac, e sarebbe pure andato da un analista, e davanti a me un tizio che mi chiede una firma contro la droga. Che cosa potevo dire?

Rom: “Non firmo perché sono a favore. Piuttosto fate una petizione per far in modo che il prezzo della droga possa scendere. Si deve adeguare al costo della vita. Gli stipendi sono fermi, mentre il prezzo della droga sale, ma le sembra giusto?”

Io e Barbara siamo entrati nel bar, mentre il ragazzo è rimasto a bocca aperta, come se avesse appena visto una puzzola a cui stavano facendo un clistere. Mi sono sentito una merda, perché ho risposto in quel modo a quel poveraccio, di cui peraltro non invidio il lavoro o volontariato che fa, e pensavo al bulletto. Era cambiato? Voleva davvero salutarci? Chiederci come stavamo? Magari meravigliato del fatto che io e Barbara, compagni di banco alle superiori e ancora insieme dopo tutti questi anni. Nella vita ci si pente delle cattiverie che si fanno? Avrei dovuto dargli una seconda possibilità?

Pensi che alcune cose non torneranno più e poi si riaffacciano nei momenti inaspettati, perchè sono sempre lì, come quel grasso che si posa sui fianchi, e poi puoi fare step, zumba e aerobica, e salti mortali che manco Jane Fonda riuscirà a sciogliere, perché fa parte non solo della tua alimentazione, ma anche della costituzione. Dovrei fare spazio, buttare dall’armadio abiti che non metterò più, magliette con il collo oramai sbiadito dal sudore estivo, rimpianti per scelte che non ho fatto e che non so se avrebbero davvero cambiato la mia vita. Dovrei smetterla di riempirmi di calorie per riempire un vuoto che non è nello stomaco, dovrei lasciare andare via amori che nella vita mi hanno dato solo infelicità. Dovrei credere che in fondo un sms che invio a un numero verde andrà davvero a beneficio del destinatario e non nel viaggio in un hotel a 5 stelle di qualcun altro. Dovrei credere alla speranza con l’entusiasmo del venerdì e non con quel rodimento di culo del lunedì. Dovrei concedermi una seconda possibilità e fare pace con me stesso.

Eppure mentre continuavamo a ipotizzare su cosa fosse successo al nostro ex-compagno di classe, io mi rendevo conto che non ero felice di vederlo sulla sedia a rotelle, ma non ero nemmeno dispiaciuto. Non avevo nessun tipo di empatia. Davanti ai miei occhi vedevo sempre quel bullo, quel ragazzetto stronzo. Non so cosa sia successo dopo nella sua vita. Io nel corso degli anni sono cambiato, in alcune cose in meglio, altre in peggio. E davanti a quello spritz, pensavo a quelle contraddizioni che mi appartengono, perché in fondo io vorrei una seconda possibilità dalla vita, da qualcuno, per qualcosa di sbagliato che ho fatto, eppure mentre con la cannuccia tormentavo la fettina di arancia nel bicchiere, mi chiedevo quanto invece fossi disposto a concederla.

2vHxeouIo e Barbara ❤

Standard
Uncategorized

RETE, LEGAMI, TORINO E DINTORNI

“Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento” (Il cielo su Torino, 1999 – Subsonica)

Peso: N.P.

PrimulaPrimula quante risate a cena. Tu che mangiavi la carne accanto a un vegetariano. Aborro!!!

PieraPiera con quelle tette magiche, originali come le tue creazioni.

CillaCecilia grazie per la borsa così poco “oviesse” e per quelle grasse risate! E poi per il prosecco e diaciamolo: fanculo alla tisana!

MargheMargherita dammi tre parole: sole, cuore e amore! Ma anche quelle che ci uozzappiamo definendoci: merdacce 😀

ChiaraIo ed Erodaria in metro e nessuno ci riconosce. Eppure lei ha pubblicato oltre 200 post ed io poco più di 50 (e ho anche pubblicato il libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori che presenterò sul pianeta Flint). È proprio vero che nessuno è profeta in patria.

MelaMangia la Mela diceva mia madre, perché è unica, saporita, genuina e senza pesticidi. Confermo. ❤

AliAli di velluto. Bro, le cose più belle (e inaspettate) ce le siamo dette off the blog.

TatiTati siamo sputtanati, lo sai vero? Quei video che ci siamo fatti in macchina cantando “Maledetta Primavera”, “Cicale”, “Triangolo” e tutte le altre canzoni. Speriamo che nessuno li condivida.

E ritrovarmi a scrivere questo lunedì non da casa mia a Roma, ma proprio da Torino, dove le mie chiappe alloggiano da quasi una settimana, un po’ di qua e un po’ di là. E penso che in un anno nella mia vita è cambiato tanto, e allo stesso tempo nulla, ma forse non è che il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, è che un bicchiere in fondo c’è, e allora forse bisognerebbe “semplicemente” riempirlo, magari se non bastano i sogni, le aspettative o le speranze, quanto meno riempirlo di “tentativi”. E così sono uscito da un letargo che mi ha imprigionato in casa per oltre quattro anni. Apro un blog per caso, finisco anche per pubblicare un libro, per cercare una strada o magari per provare solo a raddrizzare una curva e mi butto nella rete.

E la rete non è solo quella che imprigiona i pesci, dove qualcuno s’incula la loro vita; non è solo quella elettrica, dove non bastano mai i watt a illuminare, se il buio non è fuori; non è solo quella neurale, dove ad alcuni i collegamenti sono bruciati; non è solo quella radiotelevisiva, dove si confondono ego e solitudine; non è solo quella del letto, dove speri di riposare senza Tavor o Fiori di Bach, magari sognando che accanto ci sia qualcuno; non è solo quella fognaria dove scarichiamo la merda, ma non i rimpianti o gli errori che facciamo.

Eh sì, perché finisci per scoprire un’altra rete, quella dei social network, dove non ci sono solo i leoni da tastiera, gli haters, quelli che ti chiedono l’amicizia, invitandoti a mettere otto milioni di like alle pagini sociali dei loro beniamini o semplicemente ai cazzi loro. Esistono anche coloro con cui condividi una serata, un museo, chiacchiere, confidenze, risate, gossip, birre, rutti e tanta leggerezza, perché poi in fondo i problemi ce li abbiamo tutti, che ognuno di noi racconta una storia, che ognuno di noi porta un proprio dolore, solo che a volte non filtra dai pixel di uno schermo. Ed è bello perché poi si creano legami, che nascano come l’ovatta, la cui scarsa consistenza può essere smembrata anche dalle dita di un bambino, ma che il tempo può trasformare in corde, capaci di sopportare gli sforzi di trazione delle dita al culo, che questa vita ci impone.

A voi tutti GRAZIE per queste belle giornate.

Standard
Uncategorized

CARO BLOGGER TI SCRIVO …

“La verità è che non vuoi cambiare, che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più(La verità, 2016 – Brunori Sas)

Peso: N.P. (in realtà sì, ma evito)

Caro blogger ti scrivo così mi distraggo un po’ da una voglia di silenzio che mi sta assalendo, dai miei jeans che mi stanno dicendo: aò è inutile che tenti di trattenere il respiro per chiudere il bottone, il problema è che tra un po’ la gamba non ti entrerà più nel pantalone! Ma in verità è per distrarmi da altro, ben più scomodo di un abbigliamento.

Lo so è lunedì, ed io come dice la mia amica Flavia: sono “quello del lunedì”, ma non è che forza si ha qualcosa da dire o si ha voglia di dire qualcosa. Però qui Ilaria delle Ricette da coinquiline (merita di essere seguita perché fa delle ricette da sballo) mi ha minacciato di danni fisici se non scrivo “qualcosa”, e non vorrei aggiungerli a quelli mentali.

Vi volevo dire, per chi fosse interessato, che il “Bear Valzer World Tour 2017” prosegue il suo viaggio. Il 19 aprile sarò con la mia casa editrice a Tempo di Libri a Milano, ci sarà un breve presentazione alle ore 17 del libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori (io sarò dalle 12 alle 19.30 presso lo stand M26 – n. 25 – padiglione 4). Poi mi fermo a Torino perché il mio culo ha deciso di occupare casa di alcuni amici-blogger, che sono stati così gentili da accoglierlo.

La settimana prossima non posto, non perché è festa, ma perché dove sarò non ho la connessione e poi perché ho perso un po’ le parole, tante sono sul PC, e preferisco tenerle lì. Spero di ritrovarle presto. Uso invece quelle di Giovanni Ricciardi, l’autore della Fazi Editore, che mi ha regalato la prefazione al romanzo.

Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori.

Prefazione di Giovanni Ricciardi

Abbiamo ricevuto in eredità dall’Ottocento i grandi romanzi di formazione, nei quali il protagonista, attraverso una serie di tappe ed esperienze, giunge a una nuova consapevolezza di sé.

Lo scontro con la civiltà, la società e le sue regole sono il terreno di una battaglia in cui si esce vincitori solo immergendosi nel fondo del proprio sé per emergere nuovi e maturi.

Ma se questa maturità tarda ad arrivare, se questa ricerca di sé coincide col mito della propria infanzia, con la sensazione di magia e di felicità che il paese «mai scordato» ha impresso per sempre nel protagonista, allora il destino di Cesare, la voce narrante di questa storia, sarà una testarda volontà di rimanere bambino, o di tornare a quel pozzo del suo paese nel quale s’immergono e si nascondono i desideri più profondi di vita e di felicità, per ritrovarli sempre vivi, seppure in forme nuove segnate dal dolore.

Lo scontro con la vita che il protagonista sembra affrontare senza armi, come in una perpetua impreparazione alla battaglia, produrrà la ferita del distacco, il bisogno continuo di una ricerca d’identità e di risposte che spingeranno Cesare fino all’estremo limite dell’esperienza umana, a quel confine labile tra sanità e follia in cui resta sospeso il suo taciuto grido: per quale via è possibile ritornare bambini? O ritrovare quel segreto perduto nel grande pozzo delle infinite possibilità che la vita sembra offrire nel suo momento sorgivo? Come far sgorgare per sempre l’acqua da quel pozzo?

Come quell’acqua viva che la donna di Samaria, seduta al pozzo di Giacobbe, chiede al misterioso profeta di Nazareth di donarle: perché lei, che ha avuto «cinque mariti» e una vita con cui non ha saputo fare i conti, attinge un’acqua che appaga solo momentaneamente, e negli occhi di quell’uomo intravede la possibilità di un’altra acqua, un’acqua capace di estinguere la sete insoddisfatta dell’essere umano.

Per Cesare questi profeti sono i suoi nonni, le figure dell’infanzia: ancora una volta, egli vorrebbe definirsi come colui che torna ostinatamente alla favola e a un sogno capaci di tracciare il cammino, di condurlo a un lieto fine, che coincida con la bellezza dell’inizio.

Cesare imparerà la disillusione e il disgusto, ma non rinuncerà a questa sete. Imparerà – come direbbe Pasolini – di essere «pieno di una domanda a cui non sa rispondere». E che in questa vuota pienezza risiede la dignità del suo essere uomo, del viaggio che continuamente cambia orizzonte senza rinunciare alla speranza di un ritorno al proprio centro più vero.

combine_imagesGrazie a chi l’ha comprato. Grazie a quelle librerie romane che incuriosite dal blog hanno poi dato fiducia al libro. Nella foto a sinistra presso la LIBRERIA DEL SOLE (V.le Caduti Guerra di Liberazione, 470). Sulla destra presso la Libreria IL MATTONE (Via Giacomo Bresadola, 14). Buone feste a tutti.

Standard
Uncategorized

IL MOMENTO PERFETTO

“Quando capirai che fu solo il momento a essere sbagliato?” (Romeo and Juliet, 1980 – Dire Straits)

Peso: Fuck! I can’t let go! :-/

Sì! Diciamoci la verità: talento, capacità, doti, sono assolutamente essenziali, ma nella vita spesso quello che conta è il momento perfetto. Per poter davvero festeggiare un evento devi essere al posto giusto, nel momento giusto, perché a prescindere dalle competenze, che puoi avere o non avere, spesso nella vita è solo questione di culo. Quando vado al supermercato, per pagare finisco sempre nella coda sbagliata. Quando volevo dichiarare tutto l’amore al mio compagno, l’ho scoperto a letto con un altro. Quando stavo per avere il rinnovo del contratto di lavoro, per un tempo indeterminato, mi sono trovato nel mezzo di un cambiamento legislativo e il mio ex-datore ha preferito silurarmi in favore di altri, per avere maggiori sgravi fiscali. E potrei fare centinaia di esempi, dove non mi sono mai trovato a “vivere” il momento perfetto. Quello in cui puoi festeggiare, quello in cui vedi gli eventi combaciare, proprio come le facce colorate del cubo di Rubik.

Il weekend scorso sono andato a Foggia, a presentare il libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori, presso la libreria Ubik. Sono tornato a poggiare i piedi sulle miei origini. Ho rivisto mia madre. Il giorno prima di fare la presentazione, mi sono reso conto di quanto alcune favole non hanno quel sapore dolciastro e stucchevole della Disney. La svalvolata Cappuccetto Rosso non porta più le focacce alla nonna, ma il catetere, per strada ha incontrato il lupo che si chiama Alzheimer, che non si ciba del suo corpo, ma della sua mente, e il cacciatore, con le sue medicine, spara a salve. Sono arrivato la sera in tempo per cambiarle il pannolino, lavarla e metterla a letto, aiutato da mio padre perché la svalvolata non cammina più.

Mentre faticosamente la sistemavamo nel letto, ha puntato il dito sul libro, chissà forse incuriosita dal colore della copertina, che mio padre ha posato sul comodino, e tra parole sconnesse siamo riusciti a capire quello che stava dicendo: di chi è?-. Io stavo per dirle che era il capolavoro della letteratura italiana, per la serie Manzoni porta il cane a cagare qui c’è il best(ia)-seller che venderà più copie dei tuoi sfigati Promessi Sposi, mica cazzi eh. In fondo una mamma è sempre orgogliosa del proprio figlio. Ho amiche che attaccano sul frigo i disegni dei propri pargoli, che li inviano su whatsapp a tutto il mondo, che li postano sui social network, che li incollano ai pali della luce, cosa che se ti vedesse un vigile ti s’incula senza vasellina; mamme che vedono in quei disegni, con l’amore dei propri occhi, il talento di Mirò, figli che crescono, la loro capacità di espressione, di comunicare e non scarabocchi di cui, diciamoci la verità, non si capisce un cazzo. Ed io con grande fatica le ho detto che era il mio e che il giorno dopo avrei fatto una presentazione in libreria. Sulla sua bocca ho intravisto qualcosa, non ho ben capito se fosse un sorriso o un segno di disgusto.

Poi il sabato è arrivato. Ho svegliato mia madre, l’ho accompagnata al bagno, l’ho cambiata, l’ho imboccata, con fatica l’ho trascinata sul divano e mi sono reso conto che la favola della svalvolata Cappuccetto Rosso si sta spostando verso la Bella Addormentata nel Bosco, dove il letargo sarà per sempre, fino alla conclusione del suo viaggio. Ha smesso di buttare le mollette dal balcone, di mettere il sapone nell’oliera, di parlare con il televisore, di dire parolacce, di confondere il tiramisù con la parmigiana. Sta entrando nel mondo vegetale. Quel giorno poco prima di andare alla presentazione del libro, mi sono reso conto che non si è dimenticata solo di come si cucina un uovo strapazzato, di come si rammenda un calzino, di come ci si pettina, ci si lava, ma si è dimenticata anche di me. Sì, quel giorno sono stato cancellato dalla sua esistenza, esattamente come il click del mouse su di un file word. Lo so che quel momento sarebbe arrivato, ma sapere una cosa non significa che poi sarà più facile metabolizzarla.

La sera prima le avevo detto che il libro era mio, non perché mi sentissi ‘sto cazzo, ma perché volevo dirle: mi dispiace Mà. Non so quali aspettative lei avesse sulla mia vita, solo che io non mi sono sposato, non ho figli, non ho una famiglia, non ho un lavoro, non ho una casa. Nella vita ho fatto tanta confusione. M’invento le giornate, cercando una luce, anche una piccola torcia o un cerino, per non essere risucchiato dal buio. In quel momento volevo solo che fosse orgogliosa di me, che magari pensasse che nella vita sono stato capace di combinare qualcosa di buono anche io.

Sì! Diciamoci la verità, nella vita spesso quello che conta è il momento perfetto, non solo quello in cui trovi un lavoro, in cui incontri “quel” qualcuno, ma anche quello in cui devi dire: ti amo; andrà tutto bene; ci sono io; ce la farai; ho sbagliato o semplicemente mi dispiace. E mentre andavo alla presentazione, mi sentivo un po’ come quei souvenir, quelle palle di vetro, che ferme mostrano dei monumenti caratteristici di una città, ma se le scuoti creano effetto tempesta di neve. Cercavo di rimanere il più immobile possibile, perché non volevo mostrare la tempesta che c’era in me. E lì ho sempre sorriso. Su quel divano, in libreria, pensavo a lei, la sera prima le avevo detto del mio libro, e ho stupidamente immaginato che magari così lo avrebbe collocato sopra qualche scaffale segreto della sua mente, dove nessuna malattia bastarda avrebbe potuto cancellarlo o su di un immaginario frigorifero, proprio come fanno le mamme con i ghirigori incomprensibili dei propri figli. Sì, diciamoci la verità, nella vita quello che conta è il momento perfetto, essere al posto giusto, nel momento giusto, ed io prima che lei mi dimenticasse l’ho vissuto quel momento, per poi scoprire, che non c’è un cazzo da festeggiare.

052 IL MOMENTO PERFETTO

Standard