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5811 GIORNI

“In fondo non siamo altro che destino” (Destino, 1987 – Rossana Casale)

Peso: N.P.

E finalmente arrivo a New York! Esco dalla stazione degli autobus vicino al Madison Square Garden! Oh My God! Ce l’ho fatta! È stata la prima cosa che ho pensato. Una delle più belle sensazioni che ho provato. Ho cominciato ad andare all’ostello, naturalmente prenotato a Manhattan, camera singola. Ho deciso di mangiare meno, che tanto non ero denutrito, ma di spendere ben 10 dollari in più al giorno per avere la camera singola, il condizionatore che ho spento perché era alla testa del letto, un meraviglioso lavandino, e naturalmente bagno e doccia comune.

E non ho fatto altro che camminare, camminare e camminare con il collo sempre rivolto verso l’alto, perché i grattacieli erano altissimi e ho girato, ovunque, nei vicoli più strani, sulle strade più famose (dall’Eight Avenue alla Brodway), girando per Central Park, Brooklyn, Harlem. E hanno ragione gli U2 quando cantano “Where The Streets Have No Name”, perché io che non ho mai capito manco come cazzo si gioca a Sudoku, a New York le vie numerate sono la cosa più facile.

Il terzo giorno è stato il più prolifico. Dal quartiere di Chelsea, sono andato sul ponte Manhattan Bridge, quello che rasenta la metropolitana, per arrivare a Brooklyn. Ho visto il quartiere e dopo sono andato sul ponte per rientrare a Manhattan, dove mi sono improvvisato un Veejay, o nel mio caso è preferibile Veegay, ed ho girato anche un video che quelli sventurati dei miei amici si sono dovuti sorbire. Poi le nuvole hanno cominciato a diradarsi, e una splendida giornata si è presentata, proprio mentre mi dirigevo verso il Memorial dell’11 settembre. Ricordo come se fosse oggi quel giorno. Era il compleanno di una mia amica, e alla fine non abbiamo neanche più festeggiato, perché c’era passata la voglia. Ma chi se li dimentica più gli aerei contro i grattacieli, il fumo. Sono entrato nella piccola chiesa lì vicino, dove ci sono i resti di quella tragedia (giocattoli, abiti, giubbotti dei vigili del fuoco e altro) e delle tombe.

Era una bellissima giornata di sole. Niente più nuvole bianche. Le vesciche ai piedi urlavano: fermatiiiiii!!! Mi sono seduto in zona su di una panchina. Accanto a me una donna di colore. Ho provato a fare due chiacchiere, ma lei non mi ha cagato di striscio, credo non si fidasse, non lo so, era molto assorta. Guardava nell’aria, dove c’erano le torri gemelle una volta. Io ho fatto una cosa poco elegante. Mi sono tolto scarpe e i calzini (che entrambi gli alluci hanno bucato). Eh lo so che dovrei portare le scarpe aperte in estate, ma non mi piacciono. I piedi fumavano tipo la lava dell’Etna, e quando li ho appoggiati sulle scarpe ho emanato un piacere di sollievo imparagonabile a nulla, neanche al più grande orgasmo che ho avuto nella vita. Mi sono messo a leggere un libro su NY. Fino a quando la donna ha cominciato a parlare. Cazzo, meno male che vedo i serial TV e film in lingua originale. Parlava come Viola Davis nel film “The Help”.

Un uomo aveva perso gli occhiali da sole e lei me li stava indicando. A quel punto mi sono alzato, non ho messo i calzini, ma direttamente le scarpe, dicendo non so quante parolacce in italiano, e camminando come uno sciancato sono andato a prenderli. M’indicava l’uomo con il dito. Ora io ho già i miei neuroni che si stressano facilmente, immaginate a New York, in un paese in cui ero straniero, a cercare di comunicare con una donna che sembrava parlare con una banana in bocca. E indicavo: “It’s him” “No”. “It’s him” “No”. “It’s him” “No”.

In quell’istante con la coda dell’occhio ho visto i poliziotti, che a New York sono ovunque, che hanno cominciato a guardare e mi è sembrato che fossero irrigiditi. Per un nano secondo mi sono visto sulla copertina del New York Times: “Ucciso attentatore davanti al Memorial 9/11”, e poi il giorno dopo, non più in copertina, ma nell’ultima pagina “L’attentatore era un italiano che si era tolto scarpe e calzini per prendere degli occhiali da sole, ma la polizia è convinta che la vittima avesse agganci con i terroristi”. Poi ho capito chi era l’uomo, sono riuscito a consegnargli gli occhiali prima che prendesse il taxi, e tutti si sono tranquillizzati. Io per primo.

Mi sono seduto nuovamente e Jasmine (questo è il nome della donna) mi ha sorriso. Siamo stati in silenzio un altro po’, io soprattutto che mi massaggiavo i piedi, dando probabilmente uno dei peggiori spettacoli di me, e poi ha cominciato a parlare, sommessamente, quasi come una cantilena, imparata a memoria. Mi ha parlato del figlio, il suo unico figlio, il cui nome non l’ho capito, che era in una delle torri gemelle il giorno della tragedia. Dal giorno della tragedia, Jasmine attraversa il ponte di Brooklyn, fino al Memorial, a piedi, con pioggia, vento, neve, sole. Si siede sulla panchina e aspetta. Cosa non lo so. Forse prega. Forse cerca una risposta. Forse una ragione. Aspetta lì nel più assoluto silenzio. Da quasi 16 anni. Tutti i santi giorni. E io l’ho conosciuta il cinquemilaottocentoundicesimo giorno di attesa su quella panchina.

Poi Jasmine mi ha chiesto il nome e cosa facevo nella vita. Domanda per me alquanto complicata. Ho detto che lavoravo nell’editoria, che è stata la prima cazzata che mi è venuta in mente. Poi ha chiesto di mia madre, e non ho capito perché, ma le ho detto che stava bene, anche perché non vedevo l’utilità nel doverle dire che vegeta su di un divano con il cervello fritto. A volte il dolore altrui va semplicemente rispettato. In fondo se proprio vogliamo vederla tutta, io entro nella categoria di coloro che vedono i propri affetti morire nel peggiori dei modi, ma lei non ha visto i propri affetti vivere nel migliori dei modi. Quindi se proprio bisogna fare a gara a chi ce l’ha più lungo, anche se questo gioco idiota non va mai fatto, vinceva comunque sempre lei.

Siamo stati in silenzio ancora un po’, forse per un’ora e lei ha continuato a guardare nel vuoto, io poi mi sono rimesso calzini e scarpe e sono andato via, avevo in programma di vedere Little Italy. Avrei voluto dirle tante cose, ma non ho detto nulla e in fondo che cazzo potevo dire. L’ho abbracciata e poi sono andato via. Mi sono girato un’ultima volta per salutarla, ho alzato la mano e le ho sorriso. Lei ha risposto con un sorriso e poi ha ripreso a guardare in aria, magari vedeva il figlio, con la maglietta della sua squadra preferita, io in quel vuoto non ho visto torti o ragioni, vinti o vincitori, ma solo macerie e un silenzio assordante. Dicono che tutto passa nel tempo, se è vero questo non lo so, certo è che dobbiamo fare i conti con quello che lascia.

066 5811 GIORNIQuesto lunedì è per Jasmine con la speranza di vederla un giorno seduta altrove.

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VERSO LA GRANDE MELA

“Se posso farcela qui, ce la farò ovunque” (Theme from New York, New York, 1977 – Liza Minnelli)

Peso: N.P.

Una volta che arrivi in Canada che fai non vai a New York? Il biglietto dell’autobus, andata e ritorno, da Montréal a New York costa 100 Euro. Sono circa 7 ore di viaggio. L’unica incognita è che ci sarei dovuto andare da solo. Il canadese aveva esaurito le ferie. Che faccio: ci vado o non ci vado? Il panico. Fa tanto anni 80 vedere un orso a New York da solo. Cosa potrebbe succedermi? Ed è così che dopo non so quante pinte di birra, una quantità impressionante di rutti, con cui avrei fatto alzare in volo un pallone aerostatico e una serie di raccomandazioni da parte dei miei amici: chiamaci, uozzapaci e soprattutto in America non essere te stesso, perché così eviti di fare cazzate, alla fine ho deciso che a NY ci sarei andato. Da solo.

Partenza prevista la domenica alle 7 del mattino. Solo che io e il canadese siamo rientrati a Montréal, dopo un viaggio da Toronto e dal Niagara all’una di notte, per cui il tempo di farmi una doccia e preparare la valigia, che sono andato a dormire alle 3, per poi svegliarmi alle 5.30. Ho chiesto al canadese di evitare di farmi fare le cose di corsa, tipo il film Rush sulla vita di Nikki Lauda. Don’t worry Rom, mi ha detto il canadese. Mi ha mollato davanti alla stazione degli autobus alle 6.50, dieci minuti prima della partenza. Don’t worry ar cazzo. Io come Saetta McQueen ho cominciato a correre verso il binario e scoprire che l’autobus era pieno. Non sono potuto partire. Ho alzato le braccia al conducente, ma lui mi ha trattato come se fossi il due di coppe e lui l’asso di bastoni!

Sono andato a parlare in direzione. Ho detto che avevo il biglietto. C’era il mio nome. Non era un mio problema se avevano venduto più biglietti di quanti posti ci fossero sull’autobus. Poi dopo dieci minuti è arrivato un altro autobus che ci avrebbe portato a NY, io e gli altri rimasti a terra. La mia ansia si era leggermente placata. Sottolineo: leggermente. Sull’autobus mi guardavano tutti, ma proprio tutti. Pure il conducente. Ho pensato che mi guardassero il culo, ma in Canada e NY il mio culo può fare concorrenza con le modelle di Armani in passerella, perché la maggior parte dei canadesi e dei nordamericani sono più chiatti di me. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi siamo arrivati alla dogana. Un poliziotto con una pistola nella fodera, che avrebbe fatto cagare sotto anche l’ispettore Callaghan, ci ha invitato a scendere, con portafogli, documenti e il cellulare spento. C’erano famiglie, coppie, amici, io ero l’unico a essere solo. Il poliziotto mi ha fatto non so quante domande per capire se potevo ottenere il visto di entrata, mi ha rivoltato la vita come un pedalino. Ho pensato, a un certo punto, che mi chiedesse quanti peli avessi sul culo. Alla fine ha messo il timbro sul passaporto: “Ok you’re in!”. Poi siamo tornati tutti sull’autobus e ancora una volta tutti mi guardavano. Ho pensato che forse avevo la lampo aperta e si vedesse l’uccello o che sembrasse più grosso di quello di John Holmes (36 cm riporta wikipedia), ma aihmè non lo è. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi c’è stato il primo stop: Albany, una città degli Stati Uniti d’America. Ci siamo fermati mezz’ora circa, in un tipico bar americano. E anche qui mi guardavano tutti. Ho pensato che puzzassi e ho cominciato ad annusarmi. Magari puzzavo di fritto, di merda, che cazzo ne sapevo. Poi al bar ho preso un succo di frutta, mentre la maggior parte della gente ha preso il bibitone di caffè, che a me fa abbastanza cagare. Mi sono seduto, con la carta geografica di NY per cercare di capire che cosa avrei potuto fare una volta arrivato lì.  E mentre bevevo il succo di frutta, ho realizzato il perché mi fissavano così tanto. Non era il culo (meno male), non era l’uccello (purtroppo), non era il mio odore (che sollievo), ma ero il mio colore. Ero l’unico bianco. In quell’istante mi sono sentito trasportato in un film di Spike Lee. Per la prima volta ho anche capito come ci si sente ad essere straniero in un paese che non è il tuo, come quando vedo gli immigrati sbarcare in Italia, con  la differenza che loro viaggiano perché sono disperati in cerca di una vita migliore, io invece in cerca di una vacanza.

Poi siamo ripartiti, ma dopo un po’ l’autobus ha dovuto fermarsi, perché un incidente stradale ha creato una fila lunga km e km. E come nell’apertura del film La La Land, tutti siamo scesi. C’era gente che ballava, che giocava a carte, che si faceva i selfie, che chiacchierava, che rideva, una coppia di fidanzati che litigava. Stavamo andando verso la Grande Mela e lì c’era una parte della popolazione americana, quella che io ho conosciuto attraverso film e serial TV. A un certo punto i miei compagni di viaggio dell’autobus mi hanno chiesto da dove venissi. Io ho risposto: Rome. Italy!! E tutti: Oh God!! Italy it’s a wonderful country!! Qui si sono sciolti tutti a parlare con me. Mi hanno chiesto di fare delle foto, con delle pose che manco Madonna nel video di Vogue. Hanno decantato l’Italia in un modo straordinario, facendomi salire a galla anche una certa nostalgia. C’erano tutti i luoghi comuni: pizza, arte, mare, bella gente. Io volevo dire che noi il nostro paese lo stiamo ricoprendo di monnezza e corruzione, ma mi sono trattenuto, perché in fondo era il loro sogno. Che strano però, quando vivi in un paese ne parli male, quando poi sei fuori ti manca.

Poi dopo due ore di stop forzato l’autobus è ripartito. Ed io finalmente mi sono rilassato. Avevo dormito a stento due ore ed ero in viaggio da solo verso una meta completamente sconosciuta. Ho sempre amato l’idea di vedere New York, per quanto non mi rispecchio nella cultura americana sotto molti punti di vista. Viaggiavo con un piccolo trolley, la prenotazione in un ostello, nessuna carta di credito, con la postpay che a volte ha fatto cilecca, nessuna connessione a internet, se non con la speranza di potermi agganciare a qualche WI-FI, perché le tariffe telefoniche costavano, più o meno, quanto un viaggio di andata e ritorno per l’Australia e 75 dollari in contanti.

Sì, stavo andando verso la Grande Mela. Immerso nel mio viaggio. Solo. E mentre mi stavo per addormentare, davanti al mio sedile, sentivo una donna che spiegava al figlio la formula per calcolare l’altezza di un triangolo. Ho cominciato a pensare alle formule, come quelle matematiche che esprimono inequivocabilmente una relazione quantitativa, poi a quelle chimiche, geometriche, e a tutte le formule esistenti. Mi sono domandato se sarà la madre un giorno a spiegare a quel bambino, o se sarà il bambino a imparare sulla propria pelle, che nella vita non c’è una formula che riduce l’ampiezza di un dolore o sposta l‘ipotenusa della felicità; che non ci sono relazioni che portano necessariamente il segmento A verso il segmento B; che una laurea non ha necessariamente una relazione con un lavoro a tempo indeterminato; che un anello in un matrimonio non garantisce che sarà per sempre; che esseri onesti non significa avere l’accesso a una sana vecchiaia; che ci sono genitori che sopravvivono ai figli; che nella vita non si possono applicare formule, ma solo fantasia, opportunità, speranze, sogni e quelle relazioni umane che alleggeriscono il peso del bagaglio durante il viaggio.

65 VERSO LA GRANDE MELAVerso la Grande Mela. Una fila lunga km e km.

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OLTRE

“Come siamo bravi noi, al di qua del muro” (Al di là del muro, 1989 – Luca Barbarossa)

Peso: N.P.

In Canada ho macinato chilometri, visto un sacco di città e di posti. Ho pensato d’aver visto tutto, ma dopo che ho guardato il mappamondo, mi sono dovuto ricredere. È un paese immenso, sembra un altro mondo, e per certi versi sembra anche un’altra vita e lo è. Ha delle città meravigliose, ma è molto famoso anche per la natura incontaminata, anzi fin troppo selvaggia in alcuni punti, per i laghi, per gli animali che ti passano accanto, fin troppo accanto, ti respirano addosso, tipo prendere a Roma la metro nell’orario di punta.

Ed ecco che nella natura mi è capitato di imbattermi in un orso, vero, che mi ha fatto cagare addosso. Io immobile, ma non perché è quello che consigliano, ma perché ero talmente terrorizzato che non riuscivo a muovere un passo. Mi si era fermata la salivazione. Ho visto scoiattoli sul davanzale della finestra che mi guardavano con occhi alla Blade Runner e sembravano dire: “Abbiamo visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. Gli orsetti lavatori che mi passavano tra le gambe, esattamente come mi è capitato a Roma con delle pantegane, solo che l’effetto è stato diverso. Sì, in effetti sembra un altro mondo.

E poi ho passato alcuni giorni nella regione di Mont-Tremblant, dove c’è il lago Windigo, spaparanzato al sole, tra amici che parlavano inglese e francese (che in Canada ha un suono molto diverso dal francese della Francia). L’acqua fredda del lago. Mai fatto un bagno in un lago in vita mia in Italia, ma ho fatto un’eccezione in Canada, anche perché l’acqua era meravigliosa. Che faccio mi butto o non mi butto? Tipo quando devi entrare in mare e senti il freddo sterilizzarti i genitali. “C’mon Rom”, mi urlavano i canadesi. Il trucco sarebbe quello di buttarsi così al volo, ma non ci sono riuscito, fino a quando sono scivolato, perché non c’è la sabbia nel lago e mi sono trovato completamente immerso nell’acqua. Ed è sempre la caduta, qualcosa che non ho programmato, a farmi fare quello che non ho avuto il coraggio di fare nei momenti di eccessiva razionalizzazione.

Poi nel pomeriggio dovevamo tutti rientrare a casa, anche perché le temperature canadesi tardo pomeridiane o serali, non sono mai come quelle italiane. Dovevamo riportare tutto a casa: sedie, asciugamani e altre cose. Eravamo a piedi, solo che l’unica cosa più complicata da portare era il kayak, che è una specie di canoa. Tutti hanno votato democraticamente, per non dire a cazzo di cane, affinché lo portassi io, non sulle spalle, ma attraversando il lago, riportandolo davanti casa.

“Meeeeee? Hey guys are you out of mind?”

“Don’t worry Rom!” mi ha detto il canadese.

Io ero spaventato e allo stesso tempo eccitato. Poi il canadese mi ha fatto indossare il giubbotto di salvataggio, e nonostante le mie forme siano più simili a quelle di Kate Winslet, ma che si è magnata il Titanic, ho sperato quanto meno di non fare la fine di Leonardo DiCaprio. E con una piccola spinta verso quell’ignoto viaggio, e con la pagaia a doppia pala, ho cominciato ad attraversare il lago. Il canadese urlava: “Hey Rom!!! On the border!! On the border!!”. Ma non so perché, io sul confine non ci volevo stare, in fondo se fai una cazzata, meglio che sia una grande cazzata. E mi sono addentrato al centro del lago, perché volevo vedere il panorama in tutte le sue sfaccettature. Ed era una bellissima sensazione, soprattutto perché in quel momento sul lago non c’era nessuno.

Volevo vedere oltre, come spesso vorrei vedere oltre il confine del mio peso reale, e smettere di ossessionarmi su quello ideale; andare oltre il dover leggere un post, come se il vincolo di un like fosse quello di una catena; oltre il pregiudizio, magari stringendo la mano di uno sconosciuto; andare oltre una nota musicale, verso un pentagramma strutturato; oltre la lamentela, magari spostando il culo dalla sedia.

In quella solitudine così naturale, ho avuto modo di stare un po’ con me e di pensare a come spesso mi smarrisco sui confini, come mi nascondo dietro delle scuse, per non andare oltre, ingigantendo quello che mi spaventa, mentre per le gocce di sudore della paura c’è sempre un fazzoletto di stoffa, che si chiama “andare avanti”, che le asciuga. Eravamo io, il rumore della pagaia che sbatteva sull’acqua, il silenzio e forse anche Dio o chi per lui. E mentre alzavo lo sguardo al cielo, e scrutavo il volo pindarico di un’aquila, dentro di me pensavo, se sarà mai possibile andare oltre il confine di ciò che vivo, verso quello che sogno, o se i sogni hanno senso e forma solo lì, su quei confini, senza un fottuto GPS con cui poterli rintracciare.

064 OLTRERegione di Mont-Tremblant. Sarebbe davvero bello andare oltre.

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SENZA VOCALI E CONSONANTI

“Ci sono cose in un silenzio che non m’aspettavo mai” (La voce del silenzio, 1968 – Tony Del Monaco)

Peso: N.P.

0101. La macchina che avrei sempre voluto avere 😀

0202. Sulla nave verso la vecchia Montréal.

0303. Rom stasera mangiamo italiano?

0404. Montréal al crepuscolo.

0505. Montréal colors.

0606. 1000 Islands.

0707. Pronto Toronto?

0808. Perdersi a Toronto.

0909. Mont-Tremblant. Bello non fare un cazzo.

1010. Un orso nel lago

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INCOMPRENSIBILI FIGURE GEOMETRICHE

“E la vita l’è bella, l’è bella, basta avere l’ombrella, l’ombrella che ti ripara la testa” (E, la vita la vita, 1974 – Cochi e Renato)

Peso: N.P.

Questo anno per me è stato davvero strano. Con quale figura geometrica potrei etichettarlo? Negli ultimi anni è stato il solito cerchio, con quelle abitudini tipiche, quelle routinarie, che nel bene e nel male ci appartengono. La vita è fatta di figure geometriche, piane, solide, di schemi che ci aiutano a vivere meglio la giornata. Ne abbiamo bisogno per non perderci nel caos delle bollette, dei figli da seguire a scuola, dei capi e dei colleghi di lavoro che vorremmo crivellare a colpi di mitra. È tutto il contrario di tutto. La vita in fondo è: mangiare biologico mentre stai inalando smog nel traffico della tangenziale.

Io, il mio lavoro di baby-sitter, e la mia giornata lavorativa che finiva già alle 8.30 e bla bla bla. La dieta del sali e scendi, il cui culo ha preso prima la forma di un cerchio, poi di un ottagono, poi di un quadrilatero, adesso è indecifrabile. Poi è arrivato il blog lo scorso anno, poi quest’anno inaspettatamente il libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori che ho cominciato a presentare un po’ in giro: Roma, Foggia, Milano e addirittura Catania, e se riuscissi a darmi una mossa anche altrove. Poi alcuni rapporti virtuali, nati sul blog, su facebook, si sono concretizzati, esattamente come il passaggio della materia dallo stato gassoso a quello solido. Sì! Fino ad oggi è stato un anno bizzarro, in cui diciamoci la verità è successo tutto, senza cambiare nulla.

Poi è arrivata la primavera, in cui stavo pianificando quello che avevo in testa da circa un anno. Il mio viaggio in Canada e New York. La mia amica Cinzia alla presentazione del libro a Roma, mi ha regalato un salvadanaio su cui scritto Canada e USA. E da quel momento ho cominciato a metterci le monete da 1 e 2 €, ma i fondi più importanti per il viaggio li hanno messi alcuni amici, che tra il compleanno e altre pseudo festività lo hanno appesantito con pezzi di carta. Poi ho fatto il passaporto, la domanda del visto on-line per il Canada. Tutto stava materializzandosi. Il passo più importante sarebbe stato però dire di no al mio lavoro al centro estivo, in cui comunque avrei potuto lavorare un paio di mesi e mettere da parte i soldi per i mesi autunnali.

Ed ecco che a maggio prima di fare il biglietto per il Canada a casa di Marco e Flavia, con la carta di credito di Miss C, la crisi: avrei fatto un investimento economico alto, per cosa? Per un viaggio? Per conoscere il mio amico canadese? Perché rinunciavo a lavorare in estate? E a settembre poi cosa avrei fatto? Che cosa sarebbe successo? Quale forma geometrica avrebbe assunto la mia vita? Me la sarei cavata con l’inglese in un viaggio intercontinentale da solo? Oddio dall’altra parte del mondo, per la prima volta nella mia vita? Altro che cerchio io vedevo un burrone nella mia vita: in cui mi ci stavo buttando dentro. E poi mentre mi angosciavo cliccavo sul sito dell’Air Transat e acquistavo il biglietto.

E poi il giorno della partenza è arrivato. Il momento di ansia anche, soprattutto quando ero sul treno per andare a Fiumicino. La mia ansia era principalmente sul biglietto. Oddio avrò inserito tutte le clausole giuste? Ci sarà il mio nome nel loro database? Quando poi ho mostrato il passaporto al check-in e mi hanno dato il biglietto cartaceo tutto si è placato. E da lì, prima di partire, messaggi con gli amici, chi mi ha assicurato che per qualsiasi problema economico avremmo usato “Money Transfer”, le telefonate con Barbara e Primula (che era in montagna in quel momento) che mi confortavano. E poi sono salito sull’aereo: destinazione Montréal in Canada.

Sull’aereo: famiglie, coppie, amici, tutti insieme. Io invece solo. Ho letto un po’ di libri, visto qualche film, mangiato un po’ di cose (quello sempre!). Sarebbe stato il giorno più lungo e infatti tra il fuso orario e il mio arrivo lo è stato: quel venerdì la mia giornata è durata 36 ore circa. Ho sofferto il jag let per i due giorni successivi. E infine il tardo pomeriggio, mentre tutti in Italia dormivano, finalmente sono arrivato in Canada. Avevo due valigie, una di Cinzia e l’altra di Sassenach, e non dico la quantità di roba che avevo portato, soprattutto per il canadese, sembravo Alberto Sordi in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”. Solo che qui ero emigrato in Canada e col cazzo che lo sposavo illibato. E poi dopo aver passato la dogana, dichiarando tutto, sono uscito fuori dall’aeroporto e ho guardato l’insegna: Montréal. Oh my God! Sono arrivato.

E mentre in aeroporto aspettavo l’arrivo del canadese ho pensato: sì, fino ad oggi è stato un anno bizzarro, in cui diciamoci la verità è successo tutto, senza che sia cambiato nulla. Ma in verità qualcosa è cambiato, sì perché le cose cambiano, solo che l’insicurezza, il piangersi addosso, la paura, gli schemi, deformano le figure geometriche che la vita disegna. Quel bisogno di dare una forma geometrica a ogni cosa, quel bisogno di sapere che la mattina ci sarà il solito latte di capra, con miele e fette biscottate, che non ci sarà uno sciopero che bloccherà la metro, quel bisogno di sapere che a fine mese riuscirai a pagare l’affitto e le bollette, quel cerchio in cui corriamo come criceti, in cui siamo talmente occupati a correre, che non abbiamo neanche più il tempo di vedere fuori dalla finestra che tempo fa.

Quando poi ho visto il canadese avvicinarsi sempre di più ero consapevole che una cosa era cambiata, avevo deciso di mettermi in discussione, di provare a vedere cosa ci fosse al di là delle mie paure, avevo deciso di fare un salto di fede da una forma geometrica a un’altra, ma quale forma fosse l’altra non saprei dirlo, in fondo la vita disegna forme geometriche in cui è impossibile calcolare il volume o l’altezza, puoi solo scivolare sulle linearità e affrontare gli imprevisti, e non perdersi tra le incomprensibili asimmetrie.

062 INCOMPRENSIBILI FIGURE GEOMETRICHEOh God!!! I’m Here!!! Canada!!!

 

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DI LETARGO E DI RISVEGLIO

“Le parole non vengono mai facili” (Words, 1982 – F.R. David)

Peso: N.P.

Dai Ro è lunedì che fai non scrivi?”

Uno dei pochi gruppi su WhatsApp che non ho silenziato (e da cui non sono uscito) è quello con Margherita ed Erodaria. Negli ultimi tempi ci sono stati svariati messaggi sul tornare a riprendere i miei lunedì, e non solo da parte loro. Diciamo che posso contare i messaggi sulle dita di un monco. Ho sempre invidiato bonariamente a entrambe il talento. Per certi aspetti sono molto più vicino come “filosofia sullo scrivere” a Margherita, e comunque entrambi invidiamo a Erodaria quella capacità di produrre scritti (sempre di una certa qualità) ma soprattutto quella spensieratezza di lanciarsi sempre, tra l’incoscienza e il coraggio. Diciamolo: di fregarsene.

Eppure quella sensazione di cadere è sempre in agguato, è un po’ come quel grasso che se l’asporti chirurgicamente va via, ma basta un cannolo e ritorna a insediarsi più di prima. Invece ho preferito eclissarmi per un po’ dai social, e anche un po’ dalla vita, dai rapporti, soprattutto dopo il mio ritorno dal viaggio in Canada e da New York, perché quella sensazione di letargo ha più abiti dell’armadio di una popstar. È quella tuta che indossi ogni giorno, senza lavarla mai, convinto che non puzzi, dove perfino anche le macchie di sugo diventano figure geometriche disegnate sul tessuto sintetico.

Sì quella sensazione di letargo:

è quella quadratura economica di fine mese che non coincide mai,

è quell’amore illogico che mi ostino a conservare fra i neuroni mentre è in giro a vivere la sua vita,

è quel domani che pur non esistendo sembra essere più pesante di un passato esistente,

è quell’incomprensibile destino che ti spinge verso porte chiuse,

è quella bilancia che oscilla come l’umore di un bipolare,

è quella mano sporca di terra,

è quel lunedì che i lavoratori odiano e i disoccupati anche, ma per la ragione inversa,

è quella partita di calcio che mi sono trovato a giocare, senza essere mai stato capace di fare un goal.

Eppure le stagioni cambiano e mentre in settimana ho acquistato delle scatole di plastica, ho cominciato a fare il cambio stagione, perché l’autunno è arrivato, e mentre mettevo via alcuni vestiti, ho pensato a quegli abiti che invece sanno di risveglio.

Come quei conti che non tornano mai a fine mese, ma la buona salute riduce il conto in rosso,

come quell’amore illogico che averlo perso ha solo migliorato la qualità della mia vita,

come quel domani che pur non esistendo ha il mio presente per essere modellato,

come quel destino che ti fa trovare la chiave per aprire una porta chiusa,

come quella bilancia che oscilla per la cena che hai avuto con gli amici di sempre,

come quella mano sporca che puoi lavare sotto l’acqua corrente,

come quel lunedì che tanti odiano, ma che è sempre l’inizio di una nuova settimana da vivere,

come quella partita di calcio che mi sono trovato a giocare, e nonostante non abbia mai capito quale sia il mio ruolo, continuo a inseguire la palla perché, malgrado tutto, non voglio finire in panchina.

061 DI LETARGO, DI RISVEGLIO E DI POCHE PAROLESotto il cielo del Canada

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L’EQUILIBRIO TRA BUTTARE E CONSERVARE

“Vai avanti, salta!” (Jump, 1984 – Van Halen)

Peso: N.P.

In un weekend in cui potevo spaparanzarmi sul divano a leggere o a guardare qualche minchiata in TV, ho preferito fare ordine in casa. Ho spostato mobili, quadri, svuotato cassetti, pulito ovunque. Forse per quella voglia di fare ordine, sia in senso fisico che psicologico. E mi sono reso conto che sono circondato da un sacco di cose che non utilizzo più da una vita e che ogni volta mi riprometto di usare (nel caso di vestiti) o di leggere (nel caso di riviste). Ora tra la promessa, e il farle concretamente queste cose, sono cambiati 5 Presidenti del Consiglio, si è creato un altro buco nell’ozono e c’è stato un andare avanti e indietro di svariate taglie del mio culo.

Per cui: ho cancellato numeri di telefono di persone che non sento da un po’.

Ho buttato delle riviste talmente vecchie che in copertina parlavano della morte di Craxi, e delle padelle rovinate al limite del cancerogeno. Ho portato in farmacia dei vecchi medicinali scaduti, che i farmacisti dovrebbero buttare negli appositi contenitori. Ho trovato una quantità di maglioni e magliette che non ho più indossato, vuoi per il colore (forse facevo uso di anfetamine nel momento dell’acquisto), vuoi perché adesso mi fanno effetto di un top alla Pamela Anderson in Baywatch. Li ho sistemati in alcune buste e li ho consegnati a dei senzatetto che sono a Piazza della Repubblica, un po’ imbarazzato perché sono fuori stagione, ma dal sorriso di alcuni e dal grugnito di altri non mi sono sembrati così legati al concetto di moda.

Ho buttato tutte quelle bomboniere e soprammobili, di cui non ricordo la provenienza, se fossero matrimoni o altre celebrazioni non saprei, ma che accumulavano tanta di quella polvere che tutto sembrava innevato.

Su facebook ho cominciato a cancellare una serie di contatti. A tutt’oggi non ho mai capito perché mi abbiano chiesto l’amicizia (è abbastanza raro che sia io a farlo), ma non c’è stata mai un’interazione, non hanno mai risposto ai miei commenti quelle volte che li ho fatti. Per cui alla fine, niente avvocati vi prego perché qui il film non è “C’eravamo tanto amati” ma “Non ci siamo mai cagati di striscio”. Adieu!

E mentre la domenica pian piano ha cominciato a scemare, ho guardato le scatole di cartone che hanno invaso il corridoio di casa, e solo in quel momento mi sono reso conto di quanta merda abbia accumulato in questi anni, sempre pensando “questo lo conservo per un’occasione migliore”, “questo perché mi ricorda qualcuno”. Ed io lì come un ebete ho guardato le scatole e ho realizzato quanto sia faticoso lasciare andare via le cose, quanto sia pesante trovare il giusto equilibrio tra cosa buttare e cosa conservare.

In fondo ho conservato per anni regali di ex, che non mi hanno lasciato un bel ricordo e i loro “ingombranti cadeau” non hanno fatto altro che occupare solo inutile spazio nella mia vita. Continuo a conservare sensi di colpa, conditi con troppe stecche di cioccolata, che creano sempre un cartello “Divieto di accesso” a qualsiasi strada voglio imboccare. Conservo ancora troppe disillusioni che intralciano solo i miei buoni propositi, mentre dovrei ricordarmi che tutte le conserve hanno una data di scadenza, e non solo quelle alimentari.

E dopo avere smaltito fisicamente la roba, la stanchezza ha preso il sopravvento e ho avuto la piena consapevolezza che questa, dopo quattro anni consecutivi della mia vita, sarà un’estate diversa. Per la prima volta mi fermo, o meglio mi muovo, perché ho scelto il salto di fede invece della routinaria sopravvivenza. E investo i miei risparmi nel mio viaggio in Canada (e New York), forse perché ho voglia di creare nuovi ricordi e di non continuare a vivere di quelli vecchi, e un po’ ammuffiti, forse perché ho voglia di rompere il cerchio, anche se non so quale forma assumerà dopo, forse perché le occasioni vanno anche create.

E poi con calma ho riletto i post che ho pubblicato, chiedendomi quali sono da buttare e quali magari da conservare. In alcuni mi sono spinto troppo, altri fanno decisamente cagare, altri invece mi creano disagio e poi con curiosità ho riletto i commenti, di chi si è affacciato una sola volta, di chi è rimasto, di chi ha letto con più attenzione, chi con più distrazione, di quei legami che si sono creati, e ho capito che in poco più di un anno sono successe tante cose, perfino la pubblicazione di un libro, e stranamente l’unica cosa per cui ho aperto questo blog, il raggiungimento del mio peso, non si è realizzata. Ancora. Ora però per me è arrivato il momento di fermarmi un po’, di lasciare riposare questo blog. Perché un like e un commento fanno indubbiamente piacere, ma mai quanto le chiacchiere e una birra con un amico sulla riva del Tevere, e in fondo non ho l’esigenza di postare a tutti i costi, trasformando le parole in rumore, solo per essere onnipresente.

E ieri sera poco prima che il sole cominciasse a tramontare, ho pensato che spesso le ricette più semplici sono quelle più genuine, come quando cucino le lenticchie, che dovrei evitare di ammazzare di odori, tipo i chiodi di garofano, che alla fine danno al piatto solo un “retrogusto di dentista”. E mentre ritiravo i panni stesi al sole al profumo di Marsiglia, ho sognato ad occhi aperti un vasetto di Nutella che non fa ingrassare, un’altalena che raggiunge le nuvole, lo sguardo di uno sconosciuto che mi trova attraente, un lavoro la cui gratificazione non è “perché mi deve dare la pagnotta”, un’estate dissetante come una granita al limone, mia madre che mi riconosce e un domani che ha l’eterna ricorrenza del 25 aprile.

060 L_EQUILIBRIO TRA BUTTARE E CONSERVAREGrazie ai miei amici che mi hanno regalato il biglietto per il Canada. Buona estate a tutti!

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