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VERSO LA GRANDE MELA

“Se posso farcela qui, ce la farò ovunque” (Theme from New York, New York, 1977 – Liza Minnelli)

Peso: N.P.

Una volta che arrivi in Canada che fai non vai a New York? Il biglietto dell’autobus, andata e ritorno, da Montréal a New York costa 100 Euro. Sono circa 7 ore di viaggio. L’unica incognita è che ci sarei dovuto andare da solo. Il canadese aveva esaurito le ferie. Che faccio: ci vado o non ci vado? Il panico. Fa tanto anni 80 vedere un orso a New York da solo. Cosa potrebbe succedermi? Ed è così che dopo non so quante pinte di birra, una quantità impressionante di rutti, con cui avrei fatto alzare in volo un pallone aerostatico e una serie di raccomandazioni da parte dei miei amici: chiamaci, uozzapaci e soprattutto in America non essere te stesso, perché così eviti di fare cazzate, alla fine ho deciso che a NY ci sarei andato. Da solo.

Partenza prevista la domenica alle 7 del mattino. Solo che io e il canadese siamo rientrati a Montréal, dopo un viaggio da Toronto e dal Niagara all’una di notte, per cui il tempo di farmi una doccia e preparare la valigia, che sono andato a dormire alle 3, per poi svegliarmi alle 5.30. Ho chiesto al canadese di evitare di farmi fare le cose di corsa, tipo il film Rush sulla vita di Nikki Lauda. Don’t worry Rom, mi ha detto il canadese. Mi ha mollato davanti alla stazione degli autobus alle 6.50, dieci minuti prima della partenza. Don’t worry ar cazzo. Io come Saetta McQueen ho cominciato a correre verso il binario e scoprire che l’autobus era pieno. Non sono potuto partire. Ho alzato le braccia al conducente, ma lui mi ha trattato come se fossi il due di coppe e lui l’asso di bastoni!

Sono andato a parlare in direzione. Ho detto che avevo il biglietto. C’era il mio nome. Non era un mio problema se avevano venduto più biglietti di quanti posti ci fossero sull’autobus. Poi dopo dieci minuti è arrivato un altro autobus che ci avrebbe portato a NY, io e gli altri rimasti a terra. La mia ansia si era leggermente placata. Sottolineo: leggermente. Sull’autobus mi guardavano tutti, ma proprio tutti. Pure il conducente. Ho pensato che mi guardassero il culo, ma in Canada e NY il mio culo può fare concorrenza con le modelle di Armani in passerella, perché la maggior parte dei canadesi e dei nordamericani sono più chiatti di me. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi siamo arrivati alla dogana. Un poliziotto con una pistola nella fodera, che avrebbe fatto cagare sotto anche l’ispettore Callaghan, ci ha invitato a scendere, con portafogli, documenti e il cellulare spento. C’erano famiglie, coppie, amici, io ero l’unico a essere solo. Il poliziotto mi ha fatto non so quante domande per capire se potevo ottenere il visto di entrata, mi ha rivoltato la vita come un pedalino. Ho pensato, a un certo punto, che mi chiedesse quanti peli avessi sul culo. Alla fine ha messo il timbro sul passaporto: “Ok you’re in!”. Poi siamo tornati tutti sull’autobus e ancora una volta tutti mi guardavano. Ho pensato che forse avevo la lampo aperta e si vedesse l’uccello o che sembrasse più grosso di quello di John Holmes (36 cm riporta wikipedia), ma aihmè non lo è. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi c’è stato il primo stop: Albany, una città degli Stati Uniti d’America. Ci siamo fermati mezz’ora circa, in un tipico bar americano. E anche qui mi guardavano tutti. Ho pensato che puzzassi e ho cominciato ad annusarmi. Magari puzzavo di fritto, di merda, che cazzo ne sapevo. Poi al bar ho preso un succo di frutta, mentre la maggior parte della gente ha preso il bibitone di caffè, che a me fa abbastanza cagare. Mi sono seduto, con la carta geografica di NY per cercare di capire che cosa avrei potuto fare una volta arrivato lì.  E mentre bevevo il succo di frutta, ho realizzato il perché mi fissavano così tanto. Non era il culo (meno male), non era l’uccello (purtroppo), non era il mio odore (che sollievo), ma ero il mio colore. Ero l’unico bianco. In quell’istante mi sono sentito trasportato in un film di Spike Lee. Per la prima volta ho anche capito come ci si sente ad essere straniero in un paese che non è il tuo, come quando vedo gli immigrati sbarcare in Italia, con  la differenza che loro viaggiano perché sono disperati in cerca di una vita migliore, io invece in cerca di una vacanza.

Poi siamo ripartiti, ma dopo un po’ l’autobus ha dovuto fermarsi, perché un incidente stradale ha creato una fila lunga km e km. E come nell’apertura del film La La Land, tutti siamo scesi. C’era gente che ballava, che giocava a carte, che si faceva i selfie, che chiacchierava, che rideva, una coppia di fidanzati che litigava. Stavamo andando verso la Grande Mela e lì c’era una parte della popolazione americana, quella che io ho conosciuto attraverso film e serial TV. A un certo punto i miei compagni di viaggio dell’autobus mi hanno chiesto da dove venissi. Io ho risposto: Rome. Italy!! E tutti: Oh God!! Italy it’s a wonderful country!! Qui si sono sciolti tutti a parlare con me. Mi hanno chiesto di fare delle foto, con delle pose che manco Madonna nel video di Vogue. Hanno decantato l’Italia in un modo straordinario, facendomi salire a galla anche una certa nostalgia. C’erano tutti i luoghi comuni: pizza, arte, mare, bella gente. Io volevo dire che noi il nostro paese lo stiamo ricoprendo di monnezza e corruzione, ma mi sono trattenuto, perché in fondo era il loro sogno. Che strano però, quando vivi in un paese ne parli male, quando poi sei fuori ti manca.

Poi dopo due ore di stop forzato l’autobus è ripartito. Ed io finalmente mi sono rilassato. Avevo dormito a stento due ore ed ero in viaggio da solo verso una meta completamente sconosciuta. Ho sempre amato l’idea di vedere New York, per quanto non mi rispecchio nella cultura americana sotto molti punti di vista. Viaggiavo con un piccolo trolley, la prenotazione in un ostello, nessuna carta di credito, con la postpay che a volte ha fatto cilecca, nessuna connessione a internet, se non con la speranza di potermi agganciare a qualche WI-FI, perché le tariffe telefoniche costavano, più o meno, quanto un viaggio di andata e ritorno per l’Australia e 75 dollari in contanti.

Sì, stavo andando verso la Grande Mela. Immerso nel mio viaggio. Solo. E mentre mi stavo per addormentare, davanti al mio sedile, sentivo una donna che spiegava al figlio la formula per calcolare l’altezza di un triangolo. Ho cominciato a pensare alle formule, come quelle matematiche che esprimono inequivocabilmente una relazione quantitativa, poi a quelle chimiche, geometriche, e a tutte le formule esistenti. Mi sono domandato se sarà la madre un giorno a spiegare a quel bambino, o se sarà il bambino a imparare sulla propria pelle, che nella vita non c’è una formula che riduce l’ampiezza di un dolore o sposta l‘ipotenusa della felicità; che non ci sono relazioni che portano necessariamente il segmento A verso il segmento B; che una laurea non ha necessariamente una relazione con un lavoro a tempo indeterminato; che un anello in un matrimonio non garantisce che sarà per sempre; che esseri onesti non significa avere l’accesso a una sana vecchiaia; che ci sono genitori che sopravvivono ai figli; che nella vita non si possono applicare formule, ma solo fantasia, opportunità, speranze, sogni e quelle relazioni umane che alleggeriscono il peso del bagaglio durante il viaggio.

65 VERSO LA GRANDE MELAVerso la Grande Mela. Una fila lunga km e km.

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110 thoughts on “VERSO LA GRANDE MELA

  1. Dori ha detto:

    In effetti all’estero i luoghi comuni sono tanti su di noi italiani ed è vero che oltre pizza e mandolino abbiamo cassonetti pieni di immondizia e tanta corruzione. Non è che all’estero tutto è oro quello che luccica.

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  2. Oggi sento tutto il peso della malinconia autunnale e mi ritrovo con la lacrima facile, quindi le tue parole mi colpiscono molto.
    Sarebbe bello avere la formula infallibile per vivere bene, tu sai che passo la vita in mezzo alla chimica e mi piacerebbe pensare che esista la sostanza giusta per renderci felici o per proteggerci dai dolori, dal senso di fallimento, dal tempo che passa. Al pensare che non esista preferisco credere che non l’abbiamo ancora trovata.
    Nel frattempo mi accontento di parole buone, pensieri delicati e voci amiche.
    Ora che ci penso tu sei tutto questo…. bacio.

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  3. Adele ha detto:

    Neanche io amo molto la cultura americana, ma New York, l’America va vista. La loro cultura é contraddittoria ma hanno quella capacità di ‘risorgere’ e credere nei sogni, forse molto più di noi.

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  4. Mi sono iscritta al tuo blog proprio quando sei partito, ma, tosta come sono, ho aspettato con pazienza il tuo ritorno e, adesso, aspetto con trepidazione il lunedì per leggere il racconto del tuo viaggio. E’ appassionante, e tu scrivi con ironia, autoironia soprattutto, e una grande sensibilità. Complimenti per tutto! e, anche se ti ho incontrato da poco, un abbraccio, perché i tuoi racconti mi scaldano il cuore. Grazie. 😀 ❤ 😀

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  5. E’ sempre un piacere leggerti. Io a NY sono andata da sola, per un mese, 30anni fa. Ricordo anch’io con che ammirazione parlavano dell’Italia, però generalmente la loro conoscenza di noi si limitava a pizza, mafia e Fellini. Oggi sicuramente neanche più Fellini.

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    • Su FB quando vedo le foto capisco che tu sei una pioniera su tante cose, come il tuo viaggio da sola a NY 30 anni fa. Eh sì manco non sanno più che Fellini e non ti dico quello che cucinano i ristoranti “italiani”. 😉

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  6. Il viaggio più bello che io ho fatto è stato in Africa, ma non ero sola. Tu hai fatto viaggio meraviglioso, ma la cosa più bella è quella straordinaria capacità che hai di raccontare. Dai la sensazione di essere l’amico della porta accanto. Sto leggendo anche i vecchi post e ho notato che con alcuni blogger sei anche diventato amico, il che ti rende ancora più vero. Un abbraccio

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  7. Post molto bello, con l’impronta di Orso.
    In ogni caso, la mia anima romantica (e un po’ gossippara) non può fare a meno di chiedersi com’è andata con il canadese e quella sfacciata non riesce a censurarsi dal chiederti se prima o poi ce lo dirai. Ti abbraccio

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  8. Flower ha detto:

    Quanto mi hai fatto ridere, soprattutto con le misure di John Holmes 😅 e poi mi hai fatto pensare e riflettere. Hai ritmo, hai talento, hai sensibilità… che cosa ti manca? Davvero non
    Saprei. 🌺🌻🌼

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  9. Che bello rileggere fatti già sentiti raccontare! Conditi dalla tua capacità di riflettere sulla vita senza mai lasciarsi andare al “non ci riesco”.
    La vita la immagino sempre come una colonna barocca, decorata di spirali e curve.
    Bacio! 😘

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  10. Gioia ha detto:

    Non ce l’ho fatta a commentare ieri. Forse te l’ho scritto altre volte, ma hai una freschezza e sensibilità nella scrittura che trascina. Riesci a passare e saltare da diversi stati d’animo e battute con disinvoltura. Hai poi una sensibilità e uno sguardo sulle cose forse addolorato, affossato, ma con un sottofondo di speranza e di lucidità per niente zuccherose. La mia stima per tutto. Un abbraccio ❤

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  11. Nicole ha detto:

    L’immagine della colonna di auto con la gente che gioca, canta, balla, litiga, mangia e socializza è molto americana (per me). Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato leggere che ci hai messo ore a realizzare di essere l’unico bianco sull’autobus, ci ho visto un’anima bella in questo. Un po’ ansiosa (ma chi sono io per puntare il dito), ma bella.

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