Uncategorized

SOTTO L’ALBERO

“Puoi contare su di me perché io posso contare su di te” (Count On Me, 2010 – Bruno Mars)

Peso: N.P

Ho lasciato le temperature glaciali del Piemonte, il sorriso e il calore di chi ho conosciuto su questo blog, di chi ha dato asilo politico alle mie chiappe, per la serie #SÌiusOrso. Ho lasciato quelle storie che sono partite dal wirelles di casa, fino a giungere alla stazione ferroviaria di Torino. Ho lasciato la generosità e la disponibilità di Tati, Cecilia, Erodaria, Margherita, Ali Di Velluto, Piera, Mela e Primula che è venuta da Cremona, e che su facebook ha scritto: “Il web non sempre è amico e gioca talora brutti scherzi, ma quando accade il contrario – e succede di frequente, basta volerlo – è una grande gioia, la festa della conferma che reale e virtuale hanno la stessa anima”. Le sue parole dicono tutto.

Ora torno nella mia tana, per prendermi una pausa e forse ritornare l’anno prossimo.

Siamo nel vivo di quel periodo dell’anno zuccheroso e calorico come frutta di marzapane, come i messaggi dentro i Baci Perugina, come certe frasi diabetiche su facebook. Quel periodo dell’anno in cui tutto si ferma, anche la sofferenza che auguri al tuo vicino di casa, al tuo capo o al tuo nullafacente collega, la rimandi al 27 dicembre, quando sugli scaffali dei supermercati cominciano ad apparire le maschere di carnevale per ricordarti la prossima festività in arrivo, perché il Natale non va sporcato con i cattivi pensieri. È peccato. Siamo nel periodo di quell’anno che a me sta un po’ sulle palle.

Il Natale del passato è così diverso da quello del presente. Ricordo che da piccolo sotto l’albero scartavo regali, i giochi che sarebbero dovuti durare mesi, se non anni, e non giorni, come succede ora nel frenetico acquisto del black Friday o del fuck Sunday! Oggi il mio Natale è scartare le medicine che devo dare a mia madre, mentre lei non sa neanche cos’è più il Natale.

Ricordo che quando ero piccolo la cosa più divertente era costruire il presepe, che poi spesso era talmente complicato, che nella maggior parte dei casi lo smontavamo a Pasqua, ma solo perché mia madre si vergognava a pregare la resurrezione, mentre in casa c’era ancora il bambinello nella culla. Poi con gli anni, l’età, lo spazio, la spending review, l’involuzione della fede, il presepe è diventato sempre più piccolo, fino a diventare una microscopica casetta, con la Madonna, San Giuseppe e Gesù Bambino. Rigorosamente già nato l’8 dicembre!

Prima a Natale giocavamo con cugini, amici, genitori, tutti davanti alla tombola, con un bottino da due lire e bucce di mandarino o legumi secchi per coprire le caselle. Adesso invece è un terno a lotto sapere se qualcuno ci sarà a pranzo. Il Natale era magia, ma anche contraddizione, soprattutto quando dovevamo pregare affinché nessun bambino morisse di fame, mentre gli adulti buttavano panettoni e cibo avanzato nell’immondizia.

I Natali passati per me erano quelle stelle filanti luminose che accendevamo nel tardo pomeriggio giù in cortile, con quella sensazione che loro luce potesse cancellare il degrado del quartiere. Erano quei petardi, che già dai primi di dicembre, facevamo scoppiare nelle bottiglie vuote di gassosa. Era quell’atmosfera da trucido Far West che la nostra innocenza non poteva mettere a fuoco. Da piccolo il Natale era quel posto dove le preoccupazioni le nascondevo sotto l’albero, fra le palle, fra gli addobbi o nella pagliuzza del presepe, fra il calore del bue e dell’asinello.

Non riesco a capire se oggi il Natale è più triste perché non è più quello di quand’ero bambino o forse perché mi sono semplicemente imbastardito crescendo. Il mio Natale è cambiato, forse perché è cambiata la mia vita o forse l’ho cambiata io con i miei errori, i miei percorsi.

Resta il fatto che negli anni, sotto l’albero, non ho più trovato i regali che da piccolo mi rendevano felice.

Dopo aver disfatto la valigia, ho ripensato al mio anno passato e a quell’eterno bilancio che faccio quando si giunge alla conclusione, a quei dolori nella colonna dei costi, a quegli abbracci che sanno di ricavi, e a quei sogni che, come eterne rimanenze, restano sempre lì, senza mai potersi esprimere liberamente al di fuori del bilancio annuale.

Ho cominciato a scrivere il mio post per lunedì, a sistemare gli armadi, i cassetti, a fare la lavatrice, a rispondere a whatsapp, alle telefonate dei miei amici. Ho cercato dentro i libri, quelle parole, quelle storie che mi portano altrove, sperando anch’io un giorno di vivere una storia da romanzo. Ho ritrovato una vecchia carta d’identità del 2006, e in quella foto ho visto più capelli, meno rughe, meno grasso, forse più speranza e incoscienza, e tutti quei “se, forse, magari, chissà, probabilmente, eventualmente”, messi lì, uno dietro l’altro nel mio sguardo, dove m’interrogavo sul domani.

Ma non ho trovato nulla che mi abbia un po’ tranquillizzato. Qualcosa che placasse la mia insofferenza nei confronti di questa festività sempre più vicina, così diversa da quella che ho sempre vissuto da bambino. Questa festività dove non troverò mai più quei regali che vorrei sotto l’albero.

Allora ho cominciato a cercare dentro al frigo, dove c’è quel cibo sano ed insano, che consola per un attimo, che mi fa effetto fisarmonica, con quella voglia di riempirmi, anche quando non ho fame, e sperare così di esplodere, per far uscire finalmente tutte quelle parole che non riesco mai a tirare fuori a voce, che sono incastrate tra l’esofago e l’intestino. Ma è una sensazione talmente breve, che non mi appaga mai.

E allora ho chiuso lo sportello e ho fissato le foto.

Il matrimonio degli amici; le nipoti e i figliocci che crescono; il brindisi l’ultimo dell’anno, con lo spumante comprato al discount, che ci faceva cagare, ma tanto contava solo stare assieme; il volto mai dimenticato di chi non c’è più, di chi non ha sconfitto la malattia, ma che è ancora “con me”; il ron-ron del mio gatto, quando la notte occupava un po’ di spazio nel mio letto, troppo grande per una persona sola; le parole di Ovidio; le calamite e quell’innocente illusione di credere di possedere po’ d’arte del mondo; la cartolina arrivata da quel lontano continente, intrisa di inchiostro e parole semplici; l’ultimo sorriso di mia madre; i selfie con le risate scroscianti di tutti i miei amici, alla faccia di tutto, anche dei denti storti. E per una strana magia natalizia, i regali che per anni ho cercato sotto l’albero, li ho trovati lì, tutti sul mio frigo.

070 SOTTO L_ALBEROGrazie a chi c’è. Grazie a chi c’è stato, ma anche a chi non c’è stato, ma il mio più grande grazie va a chi ci sarà. Buone feste a tutti. Ci si sente l’anno prossimo. Forse. Chissà.

Annunci
Standard
Uncategorized

PIACERE, O NON PIACERE, QUESTO È IL PROBLEMA

“Io sono quello che sono” (I Am What I Am, 1983 – Gloria Gaynor)

Peso: N.P.

La mia amica Cybill spesso mi dice: “Ro guarda che il caso non esiste!”, e penso a quando ho aperto questo blog, alle persone che ho incontrato, penso a quando mi hanno chiesto di pubblicare il romanzo, a quando ho conosciuto Tati e grazie a lei ho ritrovato Double G, penso a quando per caso ho incontrato alla stazione Termini Enrica Tesio, la blogger su wordpress per eccellenza, penso a quante cose sono successe per caso (?) nella mia vita. Il mondo a volte è davvero piccolo, forse più piccolo del buco del culo di un acaro nano.

Martedì 6 dicembre 2017. Treno Roma-Torino. L’occasione per presentare il libro, ma soprattutto per vedere gli amici di Torino. Ogni volta che faccio il biglietto su Trenitalia ho l’opportunità di scegliere il posto, peccato che manchi ancora l’opzione di poter scegliere anche su chi vorresti accanto (Russell Crowe, David Harbour, Gerard Butler giusto per fare qualche nome). Il tempo di posizionare le valigie, sistemarmi e vedere arrivare pochi istanti dopo le persone sedersi. Due ragazze di fronte a me e accanto una signora. E nella mia mente ho pensato: manderò una mail al servizo clienti per poter suggerire l’idea di aggiungere l’opzione.

Oltre cinque ore di viaggio, che si sono trasformate in un disagio crescente, soprattutto quando la ragazza di fronte a me, Smalto Rosso, ha tirato fuori un libro da leggere: il mio. In quell’istante ho cominciato ad agitarmi, sembrava avessi una granata sotto il culo, e che cercassi di farla scoppiare con le chiappe. La signora accanto a me ha alzato più di una volta lo sguardo infastidito. Ho cominciato a distrarmi rispondendo a una serie di messaggi su whatsapp a coloro che avevo inviato la foto. A quel punto è cominciato uno scambio di battute tra le due ragazze.

Capelli Biondi: “Che libro stai a legge?”

Smalto Rosso: “È un tizio che scrive su di un blog, lo fa tutti i lunedì o quasi. Ha pubblicato un libro. Mi piace il blog e ho deciso di comprarlo.”

Capelli Biondi: “Aò che cojoni ‘sti blogger, ‘sti youtuber, tutti a scrive, che se credono tutti romanzieri. Com’è che se chiama?”

Smalto Rosso: “Orso Romeo. Ora ti mando il link. Io sono iscritta per e-mail.”

Capelli Biondi: “E chi cazzo è?” (Innegabile che anche altri 7 miliardi e mezzo di persone avrebbero detto la stessa cosa).

Dopo altri scambi di battute Smalto Rosso ha inviato il link a Capelli Biondi. Lei ha cominciato a leggere i post. Non credo tutti e non so quali. È sceso un silenzio tra le due, assorte nella lettura, di due cose che riguardavano me, mentre il mio intestino si aggrovigliava. Fino a quando il verdetto è stato emesso.

Capelli Biondi mi ha bocciato: “Lo trovo triste, volgare, parla sempre di queste cose dei froci, poco originale, banale e in certi post pure sgradevole.”

Smalto Rosso mi ha promosso: “Scrive bene, diverte, commuove, a volte sottile, a volte profondo.”

Le due ragazze sono scese a Firenze, mentre io ho continuato il mio viaggio verso Torino. Sono rimasto assorto nei miei pensieri pensando a quello che avevano detto. Leggo spesso sui blog o su facebook quantità industriali di roba. Nel mondo dei social c’è uno straripare di note. C’è chi ha un ego talmente vasto la cui eco arriva fino in Alaska; c’è chi semplicemente con il blog si diverte, condivide, cazzeggia; c’è chi spalma il proprio dolore, lo urla al mondo e ne pretende l’ascolto e la condivisione; c’è chi attutisce la propria solitudine sperando di trovare conforto al di là dello schermo; c’è chi ti mette un like, con lo scopo di averlo solo di rimando, per poi sparire; c’è chi scrive poesie che portano Pascoli ad avere attacchi di panico nella tomba. Ho letto delle cose di una glicemia così alta da provocare un ictus anche a chi non ha il diabete. C’è chi ha talento da vendere, quello vero, quello che t‘intrappola nelle parole e c’è chi scrive delle grandi cagate.

Quanti sentiamo il bisogno di dire qualcosa, ma siamo davvero poi in grado di tirare fuori quello che vorremmo dire? Quanti di noi si sentono scrittori? Quanti vorremmo saltare dalla platea al palcoscenico, ma siamo poi adeguati a quel palco? Quella nota è una voce che vale la pena ascoltare o è solo il suono egocentrico di un assolo? Su questo pentagramma virtuale, fra il tempo e l’ascissa, la mia nota dove si colloca se Smalto Rosso e Capelli Biondi hanno entrambe ragione?

Sul treno ho pensato a quando adolescente elemosinavo un consenso, solo per cercare l’approvazione del gruppo, a quando rimanevo incastrato in meccanismi psicologici insani, a tutte le volte che avrei voluto dire “no” e ho detto “sì”, a quando mi scusavo dove non ce n’era bisogno. Poi ho pensato a quando si cresce, a quando si accettano i propri lineamenti irregolari, i propri gusti, i propri errori.

Avrei voluto dire che già faccio una fatica enorme a essere me stesso, figuriamoci a essere qualcun altro; avrei voluto dire che su quel pentagramma virtuale su cui posiziono le note, la melodia stonata ed imperfetta che creo almeno è mia. Avrei voluto dire molte cose, ma non ci sono riuscito, perché forse sarei partito per la tangente, perché è vero e giusto che non si può piacere a tutti, solo che razionalmente sulla bilancia appare un valore, ma emotivamente ne appare un altro. Avrei voluto dire che quando ho aperto il blog, il lunedì ho sempre scritto quello che mi passava per la testa, ed è per questo che poco dopo essere scese dal treno ho preso il PC e ho cominciato a scrivere. La mia amica Cybill spesso mi dice: “Ro guarda che il caso non esiste!”, e penso a quando ho aperto questo blog, alle persone che ho incontrato …

069 PIACERE, O NON PIACERE, QUESTO È IL PROBLEMA

Per gli amici di Torino e dintorni. Per chi vuole Sabato 16/12/17 ore 18, presso l’Atelier di Cecilia Gattullo in Via Nizza 108, 10126 Torino, ci sarà la presentazione del libro “Il Valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori. Si chiacchiera con Primula Bazzani. Grazie Erodaria, grazie mia promoter 😉 ❤

Standard
Uncategorized

IL VIAGGIO DI RITORNO

“Ho viaggiato su tutte le strade. Ma più, molto più di questo, l’ho fatto a modo mio” (My Way, 1968 – Frank Sinatra)

Peso: N.P.

E poi il momento della partenza è arrivato. Lasciare il Canada, lasciare il sogno, l’avventura che ho vissuto, lasciare il canadese. Conservare le parole e i momenti negli anfratti più intimi, e riportarli alla luce nelle serate invernali, quando anche le temperature dei termosifoni non bastano a riscaldare l’ambiente.

E lì, mentre la tristezza più sconfinata scendeva su di me, ho scoperto che il check-in era elettronico. Ho inserito il passaporto nella macchinetta e ho cominciato a seguire le istruzioni, mentre la mia ansia ogni tanto sussurrava: bubusettete! Ho anche capito perché dicono che bisogna presentarsi almeno tre ore prima, perché non ho mai visto una fila così lunga in vita mia, se non all’ultimo concerto di Vasco. Ho dovuto fare quasi due ore di fila solo per arrivare ai controlli, far scattare il metal detector, perché avevo dimenticato una moneta nei pantaloni, e poi scappare con il mio bagaglio a mano verso il gate 67.

Mentre scendevo le scale, una folla alquanto ansiosa di raggiungere il proprio aereo, mi ha fatto quasi cadere, e nella colluttazione di corpi e bagagli, ho perso una scarpa. Non sono riuscito a recuperarla, e sono sceso con una scarpa sola. Ho aspettato che la scalinata sfollasse un po’ e sono salito su a prenderla. E per un attimo ho pensato: oddio che figo come Cenerentola! Ma poi la lucidità ha preso il sopravvento e mi sono detto: macché ‘sto cazzo. Nella realtà i topi non si trasformano in cavalli, i cani non fanno i cocchieri e non c’è un principe che si mette a raccogliere la mia scarpa numero 43 manco a pagarlo oro. Nella realtà quando la mezzanotte arriva, stai russando come un trattore, e la zucca è rimasta sempre zucca, e l’unica cosa che puoi fare è cucinarla con sale, olio, rosmarino, pepe e una patata.

Poi sono salito sull’aereo. Partenza ore 20.40. Tutta la notte in volo. Arrivo previsto in Italia alle 10.30. Le ultime pennellate del tramonto del Canada rendevano il mio viaggio di ritorno un quadro di Hopper, decisamente malinconico. Sull’aereo non ho visto nessun film. Ho fatto quattro chiacchiere con un’americana che veniva per la prima volta in Italia. E poi ho deciso di dormire. Ho usato la bandana per coprirmi gli occhi, e palline, create con un fazzoletto di carta, per tappami le orecchie.

L’aereo ha traballato per tutto il viaggio, correnti d’aria ogni mezz’ora e la voce dell’hostess che ci invitava a non avere paura e a stare seduti, ma la sua voce nella mia testa diventava sempre più lontana, mentre raggiungevo il mondo dei sogni. Nel mio viaggio di ritorno ho pensato alle abitudini che generano abitudini, che creano insoddisfazione, mentre il cambiamento produce cambiamento, anche se non si sa verso cosa. E forse questo non sapere “cosa porta” che ci fa paura a metterlo in atto. Sull’aereo ho realizzato che sono ancora alla ricerca di un posto nel mondo, eppure il mio viaggio mi ha insegnato che altre realtà sono possibili e non esiste solo quella in cui spesso ci lamentiamo e ci friggiamo come fettine panate per crogiolarci nel solito sapore. Il mio viaggio mi ha insegnato che alcune abitudini vanno interrotte, se davvero ci si vuol mettere in discussione. Ed è lì che ho deciso che avrei lasciato il mio lavoro da baby-sitter, che avrei provato a fare o cercare altro, che avrei chiamato Emma una volta atterrato per dirle che perdeva il baby-sitter, ma non l’amico; che avrei cambiato anche abitudini più semplici, come svegliarmi a un orario diverso dal solito o fare una colazione diversa, niente più fette biscottate, il cui sapore mi dà nausea.

Sì, le cose finiscono. Nulla è per sempre.

Forse il segreto sta proprio nel fatto di sapere che finiranno ed è per questo che bisognerebbe godersele fino all’ultimo. Non finiscono solo i viaggi, ma finiscono gli amori, a volte civilmente, altre volte un po’ meno; finisce la vita, a volte dignitosamente altre volte strappata via senza un perché; finiscono i sogni, quelli che ci aiutano ad affrontare la realtà, fino a quando la realtà stessa non li demolisce; ma finiscono anche quelli notturni, a volte per colpa del pianto di un bambino, altre per una sveglia che ci ricorda che dobbiamo infilarci nello smog e nel traffico, per raggiungere le urla di un capo o di colleghi, che magari ci stanno sulle palle. Altre volte finiscono cose più banali, come il caffè, ma chissà perché capita sempre nei momenti in cui ne abbiamo più bisogno, o forse è solo il bisogno che abbiamo di lamentarci di qualcosa che non ci soddisfa, e che non abbiamo il coraggio di lasciare andare.

Quando parti per un viaggio, mettendo in discussione te stesso, è difficile ritornare alla vita di tutti i giorni. Per questo al mio ritorno ho deciso di aprire i miei cassetti, dove ho lasciato alcuni progetti, oramai aromatizzati dai sacchetti agli agrumi, alcuni vecchi, altri improponibili, altri pieni di tarli, ma che magari con il giusto prodotto, posso recuperare. Ho deciso che in quello che mi resta da vivere, se devo essere schiavo di qualcosa, voglio esserlo solo del mio “stare bene”.

E mentre volavamo sull’Italia, su questo paese meraviglioso, su cui troppi ci cagano sopra, sentivo la voce dell’hostess che ci invitava a fare colazione, con il profumo del caffè liofilizzato che saliva su per le narici. In quel momento ho aperto gli occhi, mi sono stiracchiato come un gatto che fa stretching ed ho alzato la tendina del finestrino dell’aereo, e quando la luce del sole ha intimidito per qualche istante i miei occhi, io ho visto la fine del mio viaggio, ma anche l’inizio di una nuova giornata.

068 IL VIAGGIO DI RITORNO

Standard
Uncategorized

SPICCHI DI MELA

 “Queste strade ti faranno sentire nuovo di zecca” (Empire State Of Mind, 2009 – Jay-Z feat. Alicia Keys)

Peso: N.P.

00101. New York è un immenso video gioco.

002

02. Il mio ostello a Manhattan. Camera singola. Due bare messe assieme, di due persone grosse circa 150 kg, possono dare l’idea dello spazio della camera. Un lavandino che per l’occasione e la giusta altezza può servire per tutto.

00303. Little Italy. “Veri” ristoranti Italiani a NY. Vasto assortimento di “vera” pasta fatta in casa, di tutti i colori possibili e inimmaginabili. Volevo chiedere al ristoratore: ma sono senza coloranti e conservanti? Poi mi è venuto in mente il film “Quei bravi ragazzi” di Scorsese e ho lasciato perdere.

00404. Il One World Trade Center è il quinto grattacielo più alto del mondo.

00505. Diamo i palazzi e le strade agli artisti.

00606. Manhattan vista dal traghetto.

00707. Verso la Statua della Libertà. Ammesso e non concesso che sappiamo davvero cosa sia la “libertà”.

00808. Sulla Fifth Avenue c’è l’Empire State Building.

00909. CONVIVENZE CIVILI. Per la serie gli animali sono molto più avanti di noi bestie (Gli animali non erano legati!).

01010. Central Park. Il “polmone verde” di Manhattan. Fico rilassarsi in un posto in cui al 100% non trovi carte, cicche o merde.

01211. BEAR ESSENTIALS. Per la serie: un minuto in bocca, cinque ore nello stomaco e tutta la vita sul culo.

01312. Presso Sturdust a leggere sulla mia pagina Facebook, con un cappuccino al caramello (giusto per tenersi leggeri).

01113. Tu sapevi che due o tre bicchieri di vino al giorno possono ridurre il rischio che sia una merda? Io lo sapevo, e a New York ho avuto la conferma.

01414. E poi la vacanza sta per terminare. Senza un calzino per far respirare il piede dolorante con la vescica. Mentre sto vedendo Jurassic World, penso alla partenza, al mio ritorno in Italia. C’è un nuovo cambio di direzione nella mia vita?

Standard
Uncategorized

5811 GIORNI

“In fondo non siamo altro che destino” (Destino, 1987 – Rossana Casale)

Peso: N.P.

E finalmente arrivo a New York! Esco dalla stazione degli autobus vicino al Madison Square Garden! Oh My God! Ce l’ho fatta! È stata la prima cosa che ho pensato. Una delle più belle sensazioni che ho provato. Ho cominciato ad andare all’ostello, naturalmente prenotato a Manhattan, camera singola. Ho deciso di mangiare meno, che tanto non ero denutrito, ma di spendere ben 10 dollari in più al giorno per avere la camera singola, il condizionatore che ho spento perché era alla testa del letto, un meraviglioso lavandino, e naturalmente bagno e doccia comune.

E non ho fatto altro che camminare, camminare e camminare con il collo sempre rivolto verso l’alto, perché i grattacieli erano altissimi e ho girato, ovunque, nei vicoli più strani, sulle strade più famose (dall’Eighth Avenue alla Brodway), girando per Central Park, Brooklyn, Harlem. E hanno ragione gli U2 quando cantano “Where The Streets Have No Name”, perché io che non ho mai capito manco come cazzo si gioca a Sudoku, a New York le vie numerate sono la cosa più facile.

Il terzo giorno è stato il più prolifico. Dal quartiere di Chelsea, sono andato sul ponte Manhattan Bridge, quello che rasenta la metropolitana, per arrivare a Brooklyn. Ho visto il quartiere e dopo sono andato sul ponte per rientrare a Manhattan, dove mi sono improvvisato un Veejay, o nel mio caso è preferibile Veegay, ed ho girato anche un video che quelli sventurati dei miei amici si sono dovuti sorbire. Poi le nuvole hanno cominciato a diradarsi, e una splendida giornata si è presentata, proprio mentre mi dirigevo verso il Memorial dell’11 settembre. Ricordo come se fosse oggi quel giorno. Era il compleanno di una mia amica, e alla fine non abbiamo neanche più festeggiato, perché c’era passata la voglia. Ma chi se li dimentica più gli aerei contro i grattacieli, il fumo. Sono entrato nella piccola chiesa lì vicino, dove ci sono i resti di quella tragedia (giocattoli, abiti, giubbotti dei vigili del fuoco e altro) e delle tombe.

Era una bellissima giornata di sole. Niente più nuvole bianche. Le vesciche ai piedi urlavano: fermatiiiiii!!! Mi sono seduto in zona su di una panchina. Accanto a me una donna di colore. Ho provato a fare due chiacchiere, ma lei non mi ha cagato di striscio, credo non si fidasse, non lo so, era molto assorta. Guardava nell’aria, dove c’erano le torri gemelle una volta. Io ho fatto una cosa poco elegante. Mi sono tolto scarpe e i calzini (che entrambi gli alluci hanno bucato). Eh lo so che dovrei portare le scarpe aperte in estate, ma non mi piacciono. I piedi fumavano tipo la lava dell’Etna, e quando li ho appoggiati sulle scarpe ho emanato un piacere di sollievo imparagonabile a nulla, neanche al più grande orgasmo che ho avuto nella vita. Mi sono messo a leggere un libro su NY. Fino a quando la donna ha cominciato a parlare. Cazzo, meno male che vedo i serial TV e film in lingua originale. Parlava come Viola Davis nel film “The Help”.

Un uomo aveva perso gli occhiali da sole e lei me li stava indicando. A quel punto mi sono alzato, non ho messo i calzini, ma direttamente le scarpe, dicendo non so quante parolacce in italiano, e camminando come uno sciancato sono andato a prenderli. M’indicava l’uomo con il dito. Ora io ho già i miei neuroni che si stressano facilmente, immaginate a New York, in un paese in cui ero straniero, a cercare di comunicare con una donna che sembrava parlare con una banana in bocca. E indicavo: “It’s him” “No”. “It’s him” “No”. “It’s him” “No”.

In quell’istante con la coda dell’occhio ho visto i poliziotti, che a New York sono ovunque, che hanno cominciato a guardare e mi è sembrato che fossero irrigiditi. Per un nano secondo mi sono visto sulla copertina del New York Times: “Ucciso attentatore davanti al Memorial 9/11”, e poi il giorno dopo, non più in copertina, ma nell’ultima pagina “L’attentatore era un italiano che si era tolto scarpe e calzini per prendere degli occhiali da sole, ma la polizia è convinta che la vittima avesse agganci con i terroristi”. Poi ho capito chi era l’uomo, sono riuscito a consegnargli gli occhiali prima che prendesse il taxi, e tutti si sono tranquillizzati. Io per primo.

Mi sono seduto nuovamente e Jasmine (questo è il nome della donna) mi ha sorriso. Siamo stati in silenzio un altro po’, io soprattutto che mi massaggiavo i piedi, dando probabilmente uno dei peggiori spettacoli di me, e poi ha cominciato a parlare, sommessamente, quasi come una cantilena, imparata a memoria. Mi ha parlato del figlio, il suo unico figlio, il cui nome non l’ho capito, che era in una delle torri gemelle il giorno della tragedia. Dal giorno della tragedia, Jasmine attraversa il ponte di Brooklyn, fino al Memorial, a piedi, con pioggia, vento, neve, sole. Si siede sulla panchina e aspetta. Cosa non lo so. Forse prega. Forse cerca una risposta. Forse una ragione. Aspetta lì nel più assoluto silenzio. Da quasi 16 anni. Tutti i santi giorni. E io l’ho conosciuta il cinquemilaottocentoundicesimo giorno di attesa su quella panchina.

Poi Jasmine mi ha chiesto il nome e cosa facevo nella vita. Domanda per me alquanto complicata. Ho detto che lavoravo nell’editoria, che è stata la prima cazzata che mi è venuta in mente. Poi ha chiesto di mia madre, e non ho capito perché, ma le ho detto che stava bene, anche perché non vedevo l’utilità nel doverle dire che vegeta su di un divano con il cervello fritto. A volte il dolore altrui va semplicemente rispettato. In fondo se proprio vogliamo vederla tutta, io entro nella categoria di coloro che vedono i propri affetti morire nel peggiori dei modi, ma lei non ha visto i propri affetti vivere nel migliori dei modi. Quindi se proprio bisogna fare a gara a chi ce l’ha più lungo, anche se questo gioco idiota non va mai fatto, vinceva comunque sempre lei.

Siamo stati in silenzio ancora un po’, forse per un’ora e lei ha continuato a guardare nel vuoto, io poi mi sono rimesso calzini e scarpe e sono andato via, avevo in programma di vedere Little Italy. Avrei voluto dirle tante cose, ma non ho detto nulla e in fondo che cazzo potevo dire. L’ho abbracciata e poi sono andato via. Mi sono girato un’ultima volta per salutarla, ho alzato la mano e le ho sorriso. Lei ha risposto con un sorriso e poi ha ripreso a guardare in aria, magari vedeva il figlio, con la maglietta della sua squadra preferita, io in quel vuoto non ho visto torti o ragioni, vinti o vincitori, ma solo macerie e un silenzio assordante. Dicono che tutto passa nel tempo, se è vero questo non lo so, certo è che dobbiamo fare i conti con quello che lascia.

066 5811 GIORNIQuesto lunedì è per Jasmine con la speranza di vederla un giorno seduta altrove.

Standard
Uncategorized

VERSO LA GRANDE MELA

“Se posso farcela qui, ce la farò ovunque” (Theme from New York, New York, 1977 – Liza Minnelli)

Peso: N.P.

Una volta che arrivi in Canada che fai non vai a New York? Il biglietto dell’autobus, andata e ritorno, da Montréal a New York costa 100 Euro. Sono circa 7 ore di viaggio. L’unica incognita è che ci sarei dovuto andare da solo. Il canadese aveva esaurito le ferie. Che faccio: ci vado o non ci vado? Il panico. Fa tanto anni 80 vedere un orso a New York da solo. Cosa potrebbe succedermi? Ed è così che dopo non so quante pinte di birra, una quantità impressionante di rutti, con cui avrei fatto alzare in volo un pallone aerostatico e una serie di raccomandazioni da parte dei miei amici: chiamaci, uozzapaci e soprattutto in America non essere te stesso, perché così eviti di fare cazzate, alla fine ho deciso che a NY ci sarei andato. Da solo.

Partenza prevista la domenica alle 7 del mattino. Solo che io e il canadese siamo rientrati a Montréal, dopo un viaggio da Toronto e dal Niagara all’una di notte, per cui il tempo di farmi una doccia e preparare la valigia, che sono andato a dormire alle 3, per poi svegliarmi alle 5.30. Ho chiesto al canadese di evitare di farmi fare le cose di corsa, tipo il film Rush sulla vita di Nikki Lauda. Don’t worry Rom, mi ha detto il canadese. Mi ha mollato davanti alla stazione degli autobus alle 6.50, dieci minuti prima della partenza. Don’t worry ar cazzo. Io come Saetta McQueen ho cominciato a correre verso il binario e scoprire che l’autobus era pieno. Non sono potuto partire. Ho alzato le braccia al conducente, ma lui mi ha trattato come se fossi il due di coppe e lui l’asso di bastoni!

Sono andato a parlare in direzione. Ho detto che avevo il biglietto. C’era il mio nome. Non era un mio problema se avevano venduto più biglietti di quanti posti ci fossero sull’autobus. Poi dopo dieci minuti è arrivato un altro autobus che ci avrebbe portato a NY, io e gli altri rimasti a terra. La mia ansia si era leggermente placata. Sottolineo: leggermente. Sull’autobus mi guardavano tutti, ma proprio tutti. Pure il conducente. Ho pensato che mi guardassero il culo, ma in Canada e NY il mio culo può fare concorrenza con le modelle di Armani in passerella, perché la maggior parte dei canadesi e dei nordamericani sono più chiatti di me. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi siamo arrivati alla dogana. Un poliziotto con una pistola nella fodera, che avrebbe fatto cagare sotto anche l’ispettore Callaghan, ci ha invitato a scendere, con portafogli, documenti e il cellulare spento. C’erano famiglie, coppie, amici, io ero l’unico a essere solo. Il poliziotto mi ha fatto non so quante domande per capire se potevo ottenere il visto di entrata, mi ha rivoltato la vita come un pedalino. Ho pensato, a un certo punto, che mi chiedesse quanti peli avessi sul culo. Alla fine ha messo il timbro sul passaporto: “Ok you’re in!”. Poi siamo tornati tutti sull’autobus e ancora una volta tutti mi guardavano. Ho pensato che forse avevo la lampo aperta e si vedesse l’uccello o che sembrasse più grosso di quello di John Holmes (36 cm riporta wikipedia), ma aihmè non lo è. Mi guardavano, un po’ incuriositi e un po’ non saprei dire.

Poi c’è stato il primo stop: Albany, una città degli Stati Uniti d’America. Ci siamo fermati mezz’ora circa, in un tipico bar americano. E anche qui mi guardavano tutti. Ho pensato che puzzassi e ho cominciato ad annusarmi. Magari puzzavo di fritto, di merda, che cazzo ne sapevo. Poi al bar ho preso un succo di frutta, mentre la maggior parte della gente ha preso il bibitone di caffè, che a me fa abbastanza cagare. Mi sono seduto, con la carta geografica di NY per cercare di capire che cosa avrei potuto fare una volta arrivato lì.  E mentre bevevo il succo di frutta, ho realizzato il perché mi fissavano così tanto. Non era il culo (meno male), non era l’uccello (purtroppo), non era il mio odore (che sollievo), ma ero il mio colore. Ero l’unico bianco. In quell’istante mi sono sentito trasportato in un film di Spike Lee. Per la prima volta ho anche capito come ci si sente ad essere straniero in un paese che non è il tuo, come quando vedo gli immigrati sbarcare in Italia, con  la differenza che loro viaggiano perché sono disperati in cerca di una vita migliore, io invece in cerca di una vacanza.

Poi siamo ripartiti, ma dopo un po’ l’autobus ha dovuto fermarsi, perché un incidente stradale ha creato una fila lunga km e km. E come nell’apertura del film La La Land, tutti siamo scesi. C’era gente che ballava, che giocava a carte, che si faceva i selfie, che chiacchierava, che rideva, una coppia di fidanzati che litigava. Stavamo andando verso la Grande Mela e lì c’era una parte della popolazione americana, quella che io ho conosciuto attraverso film e serial TV. A un certo punto i miei compagni di viaggio dell’autobus mi hanno chiesto da dove venissi. Io ho risposto: Rome. Italy!! E tutti: Oh God!! Italy it’s a wonderful country!! Qui si sono sciolti tutti a parlare con me. Mi hanno chiesto di fare delle foto, con delle pose che manco Madonna nel video di Vogue. Hanno decantato l’Italia in un modo straordinario, facendomi salire a galla anche una certa nostalgia. C’erano tutti i luoghi comuni: pizza, arte, mare, bella gente. Io volevo dire che noi il nostro paese lo stiamo ricoprendo di monnezza e corruzione, ma mi sono trattenuto, perché in fondo era il loro sogno. Che strano però, quando vivi in un paese ne parli male, quando poi sei fuori ti manca.

Poi dopo due ore di stop forzato l’autobus è ripartito. Ed io finalmente mi sono rilassato. Avevo dormito a stento due ore ed ero in viaggio da solo verso una meta completamente sconosciuta. Ho sempre amato l’idea di vedere New York, per quanto non mi rispecchio nella cultura americana sotto molti punti di vista. Viaggiavo con un piccolo trolley, la prenotazione in un ostello, nessuna carta di credito, con la postpay che a volte ha fatto cilecca, nessuna connessione a internet, se non con la speranza di potermi agganciare a qualche WI-FI, perché le tariffe telefoniche costavano, più o meno, quanto un viaggio di andata e ritorno per l’Australia e 75 dollari in contanti.

Sì, stavo andando verso la Grande Mela. Immerso nel mio viaggio. Solo. E mentre mi stavo per addormentare, davanti al mio sedile, sentivo una donna che spiegava al figlio la formula per calcolare l’altezza di un triangolo. Ho cominciato a pensare alle formule, come quelle matematiche che esprimono inequivocabilmente una relazione quantitativa, poi a quelle chimiche, geometriche, e a tutte le formule esistenti. Mi sono domandato se sarà la madre un giorno a spiegare a quel bambino, o se sarà il bambino a imparare sulla propria pelle, che nella vita non c’è una formula che riduce l’ampiezza di un dolore o sposta l‘ipotenusa della felicità; che non ci sono relazioni che portano necessariamente il segmento A verso il segmento B; che una laurea non ha necessariamente una relazione con un lavoro a tempo indeterminato; che un anello in un matrimonio non garantisce che sarà per sempre; che esseri onesti non significa avere l’accesso a una sana vecchiaia; che ci sono genitori che sopravvivono ai figli; che nella vita non si possono applicare formule, ma solo fantasia, opportunità, speranze, sogni e quelle relazioni umane che alleggeriscono il peso del bagaglio durante il viaggio.

65 VERSO LA GRANDE MELAVerso la Grande Mela. Una fila lunga km e km.

Standard
Uncategorized

OLTRE

“Come siamo bravi noi, al di qua del muro” (Al di là del muro, 1989 – Luca Barbarossa)

Peso: N.P.

In Canada ho macinato chilometri, visto un sacco di città e di posti. Ho pensato d’aver visto tutto, ma dopo che ho guardato il mappamondo, mi sono dovuto ricredere. È un paese immenso, sembra un altro mondo, e per certi versi sembra anche un’altra vita e lo è. Ha delle città meravigliose, ma è molto famoso anche per la natura incontaminata, anzi fin troppo selvaggia in alcuni punti, per i laghi, per gli animali che ti passano accanto, fin troppo accanto, ti respirano addosso, tipo prendere a Roma la metro nell’orario di punta.

Ed ecco che nella natura mi è capitato di imbattermi in un orso, vero, che mi ha fatto cagare addosso. Io immobile, ma non perché è quello che consigliano, ma perché ero talmente terrorizzato che non riuscivo a muovere un passo. Mi si era fermata la salivazione. Ho visto scoiattoli sul davanzale della finestra che mi guardavano con occhi alla Blade Runner e sembravano dire: “Abbiamo visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. Gli orsetti lavatori che mi passavano tra le gambe, esattamente come mi è capitato a Roma con delle pantegane, solo che l’effetto è stato diverso. Sì, in effetti sembra un altro mondo.

E poi ho passato alcuni giorni nella regione di Mont-Tremblant, dove c’è il lago Windigo, spaparanzato al sole, tra amici che parlavano inglese e francese (che in Canada ha un suono molto diverso dal francese della Francia). L’acqua fredda del lago. Mai fatto un bagno in un lago in vita mia in Italia, ma ho fatto un’eccezione in Canada, anche perché l’acqua era meravigliosa. Che faccio mi butto o non mi butto? Tipo quando devi entrare in mare e senti il freddo sterilizzarti i genitali. “C’mon Rom”, mi urlavano i canadesi. Il trucco sarebbe quello di buttarsi così al volo, ma non ci sono riuscito, fino a quando sono scivolato, perché non c’è la sabbia nel lago e mi sono trovato completamente immerso nell’acqua. Ed è sempre la caduta, qualcosa che non ho programmato, a farmi fare quello che non ho avuto il coraggio di fare nei momenti di eccessiva razionalizzazione.

Poi nel pomeriggio dovevamo tutti rientrare a casa, anche perché le temperature canadesi tardo pomeridiane o serali, non sono mai come quelle italiane. Dovevamo riportare tutto a casa: sedie, asciugamani e altre cose. Eravamo a piedi, solo che l’unica cosa più complicata da portare era il kayak, che è una specie di canoa. Tutti hanno votato democraticamente, per non dire a cazzo di cane, affinché lo portassi io, non sulle spalle, ma attraversando il lago, riportandolo davanti casa.

“Meeeeee? Hey guys are you out of mind?”

“Don’t worry Rom!” mi ha detto il canadese.

Io ero spaventato e allo stesso tempo eccitato. Poi il canadese mi ha fatto indossare il giubbotto di salvataggio, e nonostante le mie forme siano più simili a quelle di Kate Winslet, ma che si è magnata il Titanic, ho sperato quanto meno di non fare la fine di Leonardo DiCaprio. E con una piccola spinta verso quell’ignoto viaggio, e con la pagaia a doppia pala, ho cominciato ad attraversare il lago. Il canadese urlava: “Hey Rom!!! On the border!! On the border!!”. Ma non so perché, io sul confine non ci volevo stare, in fondo se fai una cazzata, meglio che sia una grande cazzata. E mi sono addentrato al centro del lago, perché volevo vedere il panorama in tutte le sue sfaccettature. Ed era una bellissima sensazione, soprattutto perché in quel momento sul lago non c’era nessuno.

Volevo vedere oltre, come spesso vorrei vedere oltre il confine del mio peso reale, e smettere di ossessionarmi su quello ideale; andare oltre il dover leggere un post, come se il vincolo di un like fosse quello di una catena; oltre il pregiudizio, magari stringendo la mano di uno sconosciuto; andare oltre una nota musicale, verso un pentagramma strutturato; oltre la lamentela, magari spostando il culo dalla sedia.

In quella solitudine così naturale, ho avuto modo di stare un po’ con me e di pensare a come spesso mi smarrisco sui confini, come mi nascondo dietro delle scuse, per non andare oltre, ingigantendo quello che mi spaventa, mentre per le gocce di sudore della paura c’è sempre un fazzoletto di stoffa, che si chiama “andare avanti”, che le asciuga. Eravamo io, il rumore della pagaia che sbatteva sull’acqua, il silenzio e forse anche Dio o chi per lui. E mentre alzavo lo sguardo al cielo, e scrutavo il volo pindarico di un’aquila, dentro di me pensavo, se sarà mai possibile andare oltre il confine di ciò che vivo, verso quello che sogno, o se i sogni hanno senso e forma solo lì, su quei confini, senza un fottuto GPS con cui poterli rintracciare.

064 OLTRERegione di Mont-Tremblant. Sarebbe davvero bello andare oltre.

Standard