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IL MOMENTO PERFETTO

“Quando capirai che fu solo il momento a essere sbagliato?” (Romeo and Juliet, 1980 – Dire Straits)

Peso: Fuck! I can’t let go! :-/

Sì! Diciamoci la verità: talento, capacità, doti, sono assolutamente essenziali, ma nella vita spesso quello che conta è il momento perfetto. Per poter davvero festeggiare un evento devi essere al posto giusto, nel momento giusto, perché a prescindere dalle competenze, che puoi avere o non avere, spesso nella vita è solo questione di culo. Quando vado al supermercato, per pagare finisco sempre nella coda sbagliata. Quando volevo dichiarare tutto l’amore al mio compagno, l’ho scoperto a letto con un altro. Quando stavo per avere il rinnovo del contratto di lavoro, per un tempo indeterminato, mi sono trovato nel mezzo di un cambiamento legislativo e il mio ex-datore ha preferito silurarmi in favore di altri, per avere maggiori sgravi fiscali. E potrei fare centinaia di esempi, dove non mi sono mai trovato a “vivere” il momento perfetto. Quello in cui puoi festeggiare, quello in cui vedi gli eventi combaciare, proprio come le facce colorate del cubo di Rubik.

Il weekend scorso sono andato a Foggia, a presentare il libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori, presso la libreria Ubik. Sono tornato a poggiare i piedi sulle miei origini. Ho rivisto mia madre. Il giorno prima di fare la presentazione, mi sono reso conto di quanto alcune favole non hanno quel sapore dolciastro e stucchevole della Disney. La svalvolata Cappuccetto Rosso non porta più le focacce alla nonna, ma il catetere, per strada ha incontrato il lupo che si chiama Alzheimer, che non si ciba del suo corpo, ma della sua mente, e il cacciatore, con le sue medicine, spara a salve. Sono arrivato la sera in tempo per cambiarle il pannolino, lavarla e metterla a letto, aiutato da mio padre perché la svalvolata non cammina più.

Mentre faticosamente la sistemavamo nel letto, ha puntato il dito sul libro, chissà forse incuriosita dal colore della copertina, che mio padre ha posato sul comodino, e tra parole sconnesse siamo riusciti a capire quello che stava dicendo: di chi è?-. Io stavo per dirle che era il capolavoro della letteratura italiana, per la serie Manzoni porta il cane a cagare qui c’è il best(ia)-seller che venderà più copie dei tuoi sfigati Promessi Sposi, mica cazzi eh. In fondo una mamma è sempre orgogliosa del proprio figlio. Ho amiche che attaccano sul frigo i disegni dei propri pargoli, che li inviano su whatsapp a tutto il mondo, che li postano sui social network, che li incollano ai pali della luce, cosa che se ti vedesse un vigile ti s’incula senza vasellina; mamme che vedono in quei disegni, con l’amore dei propri occhi, il talento di Mirò, figli che crescono, la loro capacità di espressione, di comunicare e non scarabocchi di cui, diciamoci la verità, non si capisce un cazzo. Ed io con grande fatica le ho detto che era il mio e che il giorno dopo avrei fatto una presentazione in libreria. Sulla sua bocca ho intravisto qualcosa, non ho ben capito se fosse un sorriso o un segno di disgusto.

Poi il sabato è arrivato. Ho svegliato mia madre, l’ho accompagnata al bagno, l’ho cambiata, l’ho imboccata, con fatica l’ho trascinata sul divano e mi sono reso conto che la favola della svalvolata Cappuccetto Rosso si sta spostando verso la Bella Addormentata nel Bosco, dove il letargo sarà per sempre, fino alla conclusione del suo viaggio. Ha smesso di buttare le mollette dal balcone, di mettere il sapone nell’oliera, di parlare con il televisore, di dire parolacce, di confondere il tiramisù con la parmigiana. Sta entrando nel mondo vegetale. Quel giorno poco prima di andare alla presentazione del libro, mi sono reso conto che non si è dimenticata solo di come si cucina un uovo strapazzato, di come si rammenda un calzino, di come ci si pettina, ci si lava, ma si è dimenticata anche di me. Sì, quel giorno sono stato cancellato dalla sua esistenza, esattamente come il click del mouse su di un file word. Lo so che quel momento sarebbe arrivato, ma sapere una cosa non significa che poi sarà più facile metabolizzarla.

La sera prima le avevo detto che il libro era mio, non perché mi sentissi ‘sto cazzo, ma perché volevo dirle: mi dispiace Mà. Non so quali aspettative lei avesse sulla mia vita, solo che io non mi sono sposato, non ho figli, non ho una famiglia, non ho un lavoro, non ho una casa. Nella vita ho fatto tanta confusione. M’invento le giornate, cercando una luce, anche una piccola torcia o un cerino, per non essere risucchiato dal buio. In quel momento volevo solo che fosse orgogliosa di me, che magari pensasse che nella vita sono stato capace di combinare qualcosa di buono anche io.

Sì! Diciamoci la verità, nella vita spesso quello che conta è il momento perfetto, non solo quello in cui trovi un lavoro, in cui incontri “quel” qualcuno, ma anche quello in cui devi dire: ti amo; andrà tutto bene; ci sono io; ce la farai; ho sbagliato o semplicemente mi dispiace. E mentre andavo alla presentazione, mi sentivo un po’ come quei souvenir, quelle palle di vetro, che ferme mostrano dei monumenti caratteristici di una città, ma se le scuoti creano effetto tempesta di neve. Cercavo di rimanere il più immobile possibile, perché non volevo mostrare la tempesta che c’era in me. E lì ho sempre sorriso. Su quel divano, in libreria, pensavo a lei, la sera prima le avevo detto del mio libro, e ho stupidamente immaginato che magari così lo avrebbe collocato sopra qualche scaffale segreto della sua mente, dove nessuna malattia bastarda avrebbe potuto cancellarlo o su di un immaginario frigorifero, proprio come fanno le mamme con i ghirigori incomprensibili dei propri figli. Sì, diciamoci la verità, nella vita quello che conta è il momento perfetto, essere al posto giusto, nel momento giusto, ed io prima che lei mi dimenticasse l’ho vissuto quel momento, per poi scoprire, che non c’è un cazzo da festeggiare.

052 IL MOMENTO PERFETTO

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TRA CINEMA E REALTÀ

“Vivi, giri i camerini, cerchi il tuo Fellini” (Vivi, 1982 – Gianni Togni)

Peso: N.P.

bHjM2n401 E il “Bear Valzer World Tour 2017” ha ripreso il suo viaggio. In attesa delle prossime tappe previste a: Montrèal, New York, Sydney, Polo Nord e Giove, la seconda tappa dell’Orso Romeo è stata a Foggia, presso la Libreria Ubik, per la presentazione del libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori.

L1HWmtX02 Scegliere il look per la presentazione e ispirarsi a quale film? Nella mia testa ho pensato che Priscilla – La regina del deserto sarebbe stato perfetto, ma poi ho preso alcune camicie. Gialla (Sole ingannatore di Nikita Mikhalkov); Rossa (Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker); Arancio (Fuga da Alcatraz di Don Siege); Verde (A piedi nudi nel parco di Gene Saks); Rosa (La mia vita in rosa di Alain Berliner); Verde acido (Pomodori verdi fritti di Jon Avnet); Pesca (James e la pesca gigante di Henry Selick); Nera (Ti presento Joe Black di Martin Brest).

G6O4vpa03 Sei pazzo? Un autore deve vestire “serio”. Ecco cosa mi hanno detto i miei amici. Un autore? Stanno fuori. E ho preso alcuni completi, ispirandomi a Bergman e al film “Il settimo sigillo”.

dpQLvL004 Meryl Streep indubbiamente ha dovuto fare una scelta drammatica nel suo film, impossibile paragonare la sua scelta alla mia, ma quali cazzo di calzini mi dovevo mettere?

yVxMXa705 E alla fine il diavolo ha detto che l’Orso Romeo veste rosso curvy.

AIfDB4h06 Un autobus si è rotto davanti a quello che ho preso io. La strada bloccata ed io ho rischiato di perdere il treno. E l’autobus, su di una strada alternativa, alla velocità della luce ci ha portato alla stazione.

m7eoIb407 Sono arrivato in tempo a Termini, sudato e per una coincidenza astrale che manco Paolo Fox con un clistere di vodka, gin, sidro e peperoncino avrebbe potuto prevedere: l’incontro con Enrica Tesio, la blogger per eccellenza, vestita verde mariujana. E ho scoperto che mi conosce, mi ha fatto anche dei complimenti (non so quanto di cortesia), ma sa che ho scritto un libro e mi dice che sono più magro di come mi descrivo, e che dovrei valorizzarmi e vendermi di più. E a quelle parole avrei voluto diventare etero e dirle: sposami. Abbiamo parlato per mezz’ora. È alta, magra, simpatica, intelligente, brava. Cazzo non le manca nulla, a parte le tette. E meno male! Vuol dire che è un essere umano pure lei.

vZxTLau08 E poi sul treno mentre scrivevo sul mio diario (regalo di Mela), mi sono trovato nel mezzo di una discussione tra un frate e altre persone. Tutti contro le unioni civili, lo specchio del degrado di una società. Una donna ha ripetuto spesso: colpa dei froci. Io in silenzio per due ore, li ascoltavo e immaginavo un assassinio sul Trenitalia Express e un commissario Poirot che cercava il colpevole (io!!!). Poi una donna mi ha chiesto che cosa pensassi dell’argomento, visto che non avevo detto una sola parola. Ed io volevo domandare: “scusate sono curioso di sapere che cosa tolgono alla vostra vita le unioni civili?”. Ma poi non avevo energia per entrare in nessun battibecco, dovevo fare una presentazione, ero nervoso, ed ero abbastanza colpito, non dalla discussione in sé, ma dalla violenza delle loro parole. E allora ho detto: “scusate non stavo seguendo i vostri discorsi. Ho la testa altrove. Sto andando da mio marito giù a Foggia. E sto pensando a dei meravigliosi pompini”. Da quel momento in poi non hanno più fiatato. Per le rimanenti due ore del viaggio c’è stato un confortante e straordinario silenzio. È proprio vero che i pompini tappano la bocca.

hzAHHxA09 E arrivo davanti alla libreria e vedo il mio libro esposto. Mi sale un sussulto al cuore. È davvero il mio libro ad essere in vetrina? Mi sono chiesto: verrà qualcuno? Spero di sì. Io sogno un mondo con le frontiere aperte a tutti. Nessun muro. Dall’Africa a Saturno venite tutti alla Libreria Ubik alla mia presentazione.

u7emTuj10 E la presentazione davvero comincia. Foggiaaaaaaa preparatevi alla gloria anche se semo meno de trecentooooooo, ma sta cazzo de saletta se sta a riempì de genteeeee!!! Spaccamo tuttooooo!!!

O6ZKqzD11 Ed io proiettato negli anni 80 mi sono sentito come la protagonista di Poltergeist, che resta intrappolata in un televisore, solo che l’evoluzione tecnologica mi ha incastrato su YouTube (Attenzione spoiler se siete interessati a vederlo). Io mimetizzato con il divano.

UJMNFtW12 C’era Barbara, che da Bologna è venuta per me, per supportarmi in quest’avventura. Dopo 32 anni ancora insieme.

FjnbIOn13 E tra il pubblico lei non c’era, ma io so che c’era ❤

pG8dgzv14 Per un soffio non è stato chiamato il 118, perché ci sono stati atti terroristici nei confronti del mio culo.

u7urwkI15 E poi sono ritornato a casa.

TUMuUu2E il film è finito. I titoli di coda sono già passati, ma stranamente non ho visto il The End. Forse la storia continua? Chissà. Io qui sul PC scrivo. Il lunedì sta per cominciare. Non ho ancora ripreso la dieta, ma qualche chilo comincia a riprendersi “me”. Devo ritrovare il mio equilibrio. Riprendere le redini delle mie giornate. Questi cambiamenti mi destabilizzano. Sul tavolo non c’è nessuna bobina, al posto della celluloide ci sono le bollette scadute. Non ho la bacchetta di Harry Potter e il finale di Pretty Woman, malgrado le continue repliche, non sembra voler uscire dal quel tubo catodico. Tra un po’ ricomincerà la mia giornata, le due ore di baby-sitter, la palestra che ho un po’ trascurato e poi inventarmi qualcosa, minuto per minuto, per non essere inghiottito dai pensieri bui. La colazione è pronta, il latte lo mescolo con il caffè, esattamente come ho mescolato, in questo viaggio, adrenalina e stanchezza. Insieme alle fette biscottate immergo una manciata di semi di ghia, che in poco tempo sembrano diventare perle gonfie di lattosio. Io sono qui, dietro le quinte di una settimana che sta per cominciare. Dovrei pubblicare e non ho ancora terminato il pezzo, ma forse perché c’è una sceneggiatura che non è ancora finita, magari di un film importante. Sento un rumore e qualcuno che dice: motore! Ciak si gira! -. Io sono curioso e vorrei sapere che film stanno girando. E lo chiedo, ma non so a chi. Poi sarà la stanchezza del viaggio, sarà che ho dormito pochissimo, sarà l’alba che sta per stingere la notte, ma giuro di aver sentito una voce che ha risposto: si gira la vita.

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PERÒ È IL MIO STILE DIRTI: BUON COMPLEANNO ROMEO

“Ci sarà una risposta, lascia che sia” (Let It Be, 1970 – The Beatles)

Peso: N.P.

Romeo: “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?”

Dio: “Come stai?”

Romeo: “Domanda inutile.”

Dio: “Stai come me e ci scappa da ridere?”

Romeo: “Di un po’ sei venuto a prendermi per il culo nel cuore della notte?”

Dio: “Non è il mio stile.”

Romeo: “Che vuoi?”

Dio: “Come sei suscettibile.”

Romeo: “Sono le tre del mattino. A te non roderebbe il culo se qualcuno venisse a svegliarti mentre stai dormendo.”

Dio: “Lo fanno sempre. Non mi disturbano mai.”

Romeo: “Io non ho il tuo ruolo.”

Dio: “Dimmi un po’ ma  dove mi posizioni nella tua vita?”

Romeo: “Al di sopra di un politico che dice di voler tagliare il suo stipendio, ma al di sotto delle previsioni dell’oroscopo di Paolo Fox.”

Dio: “Che onore! La settimana scorsa non hai pubblicato.”

Romeo: “A volte non è che per forza bisogna dire qualcosa, c’è quel sacrosanto buongusto del silenzio, che tanti hanno perso.”

Dio: “È il tuo compleanno domani. Allora quanti anni compi?”

Romeo: “Come lo scorso anno: 29.”

Dio: “Allora hai proprio deciso di non maturare?”

Romeo: “Te l’ho già detto che mi sono fermato, esattamente come si è fermata la mia vita.”

Dio: “Ma hai fatto un sacco di cose in un anno. Pensaci bene.”

Romeo: “Beh in effetti prima su facebook cancellavo le amicizie, adesso tolgo solo gli aggiornamenti, così non leggo le cagate che certa gente scrive. Poi quando mettono la pubblicità nella cassetta postale, prima buttavo indignato i fogli nel cassonetto, adesso la pubblicità la metto dentro la cassetta dei condomini che mi stanno sulle palle.”

Dio: “Sono commosso dalla tua evoluzione e dalla poesia del tuo linguaggio. Ma sai bene che io parlavo di altro. Hai aperto un blog da poco più di un anno, hai conosciuto tanta bella gente, hai da poco pubblicato un libro.”

Romeo: “Tutti cambiamenti emotivi che mi confondono, ma non dicono dove sto andando.”

Dio: “Perché per voi esseri umani è così importante sapere dove state andando?”

Romeo: “Forse perché siamo esseri umani?”

Dio: “Ma cosa cambia se ti dico che domani prendi un aereo e poi precipita.”

Romeo: “Che magari prendo il treno. Te pare poco?”

Dio: “E chi dice che hai rimandato solo un appuntamento di qualche ora.”

Romeo: “Di un po’ mi devo grattare i coglioni?”

Dio: “Quella tua lingua. Bisognerebbe scartavetrarla.”

Romeo: “Aò mi stai a parlà de morte, che devo dì?”

Dio: “Perché ossessionarsi per qualcosa che non conosci, che non sai come andrà a finire, rischiando di non goderti tutto quello che gira attorno?”

Romeo: “Oh Santa Madonna!”

Dio: “Parli sempre della Ciccone vero?”

Romeo: “Chiaramente! È l’unica Madonna che conosco.”

Dio: “Io ti parlo del viaggio, non della destinazione.”

Romeo: “Considera che c’é chi viaggia in prima classe con un jet e chi invece non ha i soldi per la benzina del motorino. E va a piedi.”

Dio: “Magari quello che va a piedi vede molte più cose, nel viaggio verso la sua destinazione, rispetto a chi va in aereo e arriva direttamente al traguardo. Pensaci, a piedi vedi posti, persone, senti sapori, annusi odori, magari ti godi un piatto di pasta in un locale tranquillo, mentre sull’aereo ti danno quei pasti riscaldati al microonde dentro quelle vaschette di plastica.”

Romeo: “Sanno tanto di vasellina le tue parole.”

Dio: “È davvero difficile comunicare con te. Sei tra i miei soggetti più difficili.”

Romeo: “Nessuno ti ha chiesto di farlo.”

Dio: “Non è il mio stile.”

Romeo: “Allora deduco che sei qui per farmi un regalo, vero?”

Dio: “Esatto.”

Romeo: “Che, come lo scorso anno, non deve essere nulla di materiale come i soldi, lavoro, sesso, immobili.”

Dio: “Esatto.”

Romeo: “Sanno un po’ di dita al culo i tuoi regali.”

Dio: “Prima o poi userò una spugna abrasiva su quelle papille gustative.”

Romeo: “Mhm.. allora… vediamo… regalami mhm…la speranza. Sì, vorrei la speranza.”

Dio: “Per te o per il mondo?”

Romeo: “Per me!!! Ma chi se lo incula ‘sto mondo de merda.”

Dio: “Io l’ho creato meraviglioso, siete voi uomini che lo state riducendo così.”

Romeo: “Non vorrei sottolinearlo, ma leggende metropolitane sostengono che sia stato tu a creare l’uomo. Per cui 1 + 1 fa 2.”

Dio: “Ma io vi ho creato con il libero arbitrio.”

Romeo: “Hai notato che questo libero arbitrio è un dito al culo? Basta poco perché diventi peccato o egoismo, solo perché il mio libero arbitrio è diverso da quello di un altro. Allora il libero arbitrio dov’è?”

Dio: “Hai notato che le tue dita finiscono sempre in quel posto?”

Romeo: “Hai notato che non hai risposto alla mia domanda?”

Dio: “Lo faccio per te. Perché il tuo post altrimenti diventa troppo lungo.”

Romeo: “Non rispondere direi che è proprio il tuo stile.”

Dio: “Se tu fossi un po’ meno legato alle parole ti renderesti conto che la risposta te l’ho data.”

Romeo: “Allora niente speranza per me?”

Dio: “Guarda sul tuo comodino. Ci sono tanti libri. Malgrado la giornata, la stanchezza, le tue incertezze, le tua vita, continui a leggere. La sera prima di addormentarti ti abbandoni alle storie di altri, perché in fondo sei curioso di sapere come va a finire una storia. Perché in te c’è quella speranza di credere in quella storia. Non sprecare così il mio regalo, chiedimi altro?”

Romeo: “Quanto sei complicato.”

Dio: “Perché è il mio stile.”

Romeo: “Allora lo scrivo su di un biglietto e te lo lascio. Così resta tra noi. Non lo scrivo sul blog. In fondo ti ho perdonato, nonostante io di questa vita non c’ho capito un cazzo.”

Dio: “Sono lusingato, soprattutto se perdoni me che collochi tra un politico e un astrologo. Ma sarei più felice se tu imparassi a perdonare te stesso.”

Romeo: “Chi ti dice che non l’abbia fatto?”

Dio: “Lo dice la tua bilancia. Non ti stai più pesando.”

Romeo: “Che dici alla fine di questo viaggio troverò il mio equilibrio psico-fisico?”

Dio: “Il tuo viaggio a piedi è ancora lungo. E poi ricorda che sabato prossimo sarai a Foggia a fare la seconda presentazione del tuo romanzo.”

Romeo: “L’hai letto?”

Dio: “Certo.”

Romeo: “Che ne pensi?”

Dio: “Io non do voti, non è il mio stile.”

Romeo: “Ci sei sempre stato in questi anni?”

Dio: “Certo. Sarò anche con te alla presentazione.”

Romeo: “Considerato come sta andando la mia vita mica ti offendi se ti dico di andare da qualcun altro?”

Dio: “No, non ci vado. Non è il mio stile.”

Romeo: “Fa’ una cosa. Spegni ‘sta luce che è tardi e c’ho un cazzo de sonno.”

Dio: “Però è il mio stile dirti: buon compleanno Romeo.”

050 PERÒ È IL MIO STILE DIRTI BUON COMPLEANNO ROMEOChissà loro dove vanno…

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DICONO CHE LA PRIMA VOLTA

“Questo è per coloro che sognano, sciocchi come possono sembrare” (Audition, 2016 – Emma Stone)

Peso: N.P.

Domenica 19 febbraio 2017 è stato presentato per la prima volta presso la Libreria Teatro Tlon di Roma il libro “Il valzer sull’orlo del pozzo” edito dalla GAEditori. Com’è andata? La mattina è stato un caos, che in confronto il puttanaio che c’è nel PD è un puzzle fatto di due tessere. Ho pulito casa per tre giorni. Non sono riuscito a rispondere a tutte le telefonate e i messaggi che ho ricevuto. Sulle mail sono stato molto succinto, a tratti imbarazzato, a tratti lusingato dalle persone che hanno raccontato un po’ della loro vita, e nel farmi i complimenti. Chiedo scusa se posso essere sembrato freddo e laconico. E poi le look styler Emma, Barbara e Miss C che mi hanno strizzato lo scroto nel volermi vestire decentemente, perché ripetevano in coro: come fa un gay come te a vestire così di merda? Ecco, quest’associazione gay = moda io non l’ho mai capita, tipo bella = scema. Ma su alcuni luoghi comuni ne parlerò un’altra volta.

La mattina mi sono lavato il volto con acqua e sale, per provare a sfiammare la dermatite. Risultato: mi sembrava di avere un’ustione di terzo grado. Ero più rosso di Stalin. Rimedio: mi sono completamente coperto il volto con dell’olio satinante per pelle secca (cazzo, avrei dovuto chiedere consiglio a Francesca del blog Io e te con un the che mi avrebbe dato una dritta). Risultato ero più lubrificato di un preservativo. Mi sono rifatto la doccia. Questa volta niente sale, niente olio, ed ho usato un campioncino gratuito di una crema lenitiva che mi ha dato a suo tempo il dermatologo. E sono stato, più o meno, pronto per andare alla presentazione.

I posti a disposizione erano 60, ma c’erano oltre settanta persone, alcune in piedi. Non me lo aspettavo, per carità ci speravo, ma non così. Mi sarei aspettato di vedere alcune persone, che invece erano assenti e chi invece pensavo non sarebbe venuto alla fine c’era. La legge della compensazione è strana, un po’ come gli esami all’università, ad alcuni ho avuto un voto che non meritavo, solo perché al professore girava storto, ad altri che avevo studiato alla cazzo di cane ho avuto il voto più alto.

C’erano quasi tutti miei amici, c’era gente che non conoscevo, c’erano anche due blogger: Alessia e Rachel, che ringrazio per essere venute. L’emozione mi ha incrinato la voce, soprattutto all’inizio, mi sembrava che qualcuno con un forcipe immaginario mi tirasse le parole fuori dalla bocca. Ho la fortuna di avere comunque una piccola casa editrice che mi segue, paradossalmente sono io a non essere troppo social network, e poi ho avuto la presenza di Giovanni Ricciardi, autore della Fazi Editore, che non solo mi ha presentato, ma ha anche scritto la prefazione del mio romanzo. Eppure la domanda che girava nella mia testa, senza fermarsi mai, un po’ come quel criceto che gira in una ruota, era: ma che cazzo ci faccio qui?

La prima cosa che ho fatto è stata quella di togliermi gli occhiali. E in quell’istante di fronte a me una massa di transgender. Perché non ho riconosciuto più nessuno. La mia rete affettiva mi proteggeva dall’imbarazzo di dire la cosa sbagliata, dal sudore che colava sul colletto della camicia. Era bello vedere che c’erano per me. E la mia commozione l’ho nascosta dietro qualche battuta idiota. È davvero l’amicizia a sostenerci nei momenti in cui ci mettiamo in discussione? È davvero l’amore a essere il carburante della nostra vita? O per caso è stato quel meraviglioso cocktail di Prozac e fiori di Bach? Perché sono sicuro di avere visto tra il pubblico David Bowie che cantava “Hey Rom we can be heroes, just for one day”. In fondo alla sala, in piedi che con il dito rivolto verso di me, George Michael cantava: “Baby, I’m your man!”. Ho visto Whitney Houston che cantava “Just the lonely talking again” accanto a una donna che mi ha fatto una domanda di psicoanalisi, che non ho capito, ma credo neanche lei avesse proprio le idee chiare. Poi tutto si è ridimensionato, verso la fine Jim Morrison ha strimpellato con la chitarra “The End” e prima che arrivasse l’applauso finale è salita sul palco Amy Winehouse cantando: “They tried to make me go to rehab. And you?”. Ma tranne me nessuno ha visto questi ospiti inattesi.

E poi finalmente è finita. Il momento più imbarazzante, dopo l’applauso è stato quello dell’autografo. Penso di aver scritto tante di quelle cagate, che manco uno stormo di piccioni nel cielo di Roma. Il tavolino era decisamente basso, talmente basso che posso dire di essere stato a 90 gradi come una pornostar. Infatti su whatsapp gira una foto con il mio “gettone telefonico” in bella vista. Ho cominciato a scrivere una serie di frasi, poi via via, ho scritto solo il nome di chi si è comprato il libro e la mia firma. Posso senz’altro dire che è stato bello e faticoso. Nei tre giorni successivi ho evitato conversazioni e roba del genere. Chi non è potuto venire ha voluto sapere com’era andata, chi è venuto mi ha chiesto se ero contento della mia prima volta. Ho ripetuto, più o meno, le stesse cose. È andata più che bene, se vogliamo parlare in termini di numeri. Ho parlato di me, ma soprattutto del libro. Ho scherzato, ho fatto anche il serio, ho risposto alle domande. Eppure io mi sono sentito disorientato.

Sono stato fermo negli ultimi quattro anni, spesso chiuso in casa, mentre i figli dei miei amici cambiavano il numero di scarpe e dei vestiti, io la taglia dei pantaloni; mentre le stagioni passavano mia madre si allontanava da me; mentre inviavo il mio CV in giro per l’Italia e per il mondo nessuno mi cagava di striscio. In un certo senso mi ero abituato alla mia immobilità, mentre tutto si è sbiadito, dall’accredito di uno stipendio alla possibilità di poter pianificare la mia vita. Poi nel giro di un anno finisci in un blog, finisci che qualcuno pubblica un libro, perché pensa che hai scritto qualcosa di interessante e la verità che non so come si gestisce tutto questo, perché in un anno è cambiato tutto e niente.

Alla presentazione mi sono sentito disorientato, ma anche contento, e mi sono ubriacato di fantasia, anche se non troppa, perché il rischio di perdere la bussola delle giornate è alto, ma quel tanto che basta per dare alle bollette scadute sul tavolo il valore che hanno; per apprezzare il borbottio della mia vecchia caffetteria che sveglia tutto il condominio; per lasciare ai miei piedi la possibilità di battere il tempo di una canzone. Dall’inizio dell’anno, da quando ho fatto coming out sul libro, il mio nervosismo è aumentato, la mia emotività è finita in rete o davanti a una platea di persone, non sono più attento all’alimentazione, ho quasi paura a pesarmi il lunedì, mentre il mio fisico sembra il mantice di una fisarmonica. Lo so è solo una novità nella mia vita, ma la prima volta di qualcosa disorienta sempre.

Dicono che la prima volta di qualcosa non si dimentica mai. La prima volta che fai sesso, nonostante nella maggior parte dei casi combini un disastro. La prima volta che ti fai male. Certo c’è chi ti dice che poi passerà. Ed è vero, solo che non ti dicono che le cicatrici restano. La prima volta che sei stato tradito dalle aspettative, dai sogni forse troppo astratti, dalla tua ingenuità, dalle persone sbagliate. La prima volta che perdi qualcuno. La prima volta che t’innamori, e senti quello sfarfallio nello stomaco, che è un po’ diverso da quello che mi prende alle tre del mattino, quando apro il frigo e la sua luce illumina quel vuoto che vorrei riempire. Dicono che la prima volta che intraprendi un nuovo percorso, qualunque esso sia, ti sembrerà di gattonare più che di camminare, perché nessuno ti dice dove porterà, perché non ci sono semafori, vigili urbani, cartelli stradali, navigatori, google maps, ma dicono solo che ci sono delle curve e che tutti ignorano quello che c’è dietro. E allora dicono che puoi scegliere se continuare a galleggiare nella tua acqua stagnante, rimanendo in apnea o provare a girare quella curva, per andare incontro a quella imprevedibile cosa che chiamano vita.

049-dicono-che-la-prima-voltaIl valzer sull’orlo del pozzo” di Rosario de Meo edito dalla GAEditori.

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IL VALZER DI CENER-ORSO

“Grazie” (Thank You, 1999 – Dido)

Peso: N.P.

foto-1Foto 1. Che cosa fa un essere umano sano di mente prima di andare al ballo o alla presentazione del libro? Un essere umano sano di mente non lo so. Io ho pulito tutta casa.

foto-2

Foto 2. Emma: “Ti regalo maglia e camicia, non puoi mica andare conciato con i tuoi soliti vestiti alla presentazione del tuo libro. Che fai cagare!!”. Io penso che l’autostima va sempre aiutata e i miei amici sanno come alzare con delicatezza l’asticella.

foto-3Foto 3. Barbara: “Ho trovato dei jeans che si abbinano perfettamente alla maglia e alla camicia di Emma, così non ti metti quei tuoi soliti pantaloni larghi che ti fanno il culo come quello di un elefante”. Trovo che uno degli aspetti più belli dei miei amici è quella sensibilità nell’uso delle parole.

foto-4Foto 4. Miss C: “Andiamo a comprare le scarpe. Te le regalo io. Quelle che porti a piedi sembrano da poveraccio disoccupato. Che poi lo sei, ma almeno per un giorno facciamo finta che non lo sei”. Sulla sinistra il modello scelto da Miss C, sulla destra quello che avevo pensato io per un lavoro notturno sulla Salaria.

foto-5Foto 5. Maria: “Ti devi tagliare la barba, un po’ ti devi sistemare, sembri un vecchio che sta per morire, non uno che va alla presentazione del suo libro”. HegeLuca: “Maria ha ragione e poi Hegel ha detto che il vero teatro della storia è l’area temperata”. Ho capito che cosa voleva dire Maria, anche se come al solito ha usato la vanga per dirmelo. Non ho capito un cazzo di cosa voleva dirmi Luca. Resta il fatto che mi sono ripulito.

foto-6Foto 6. SHUT UP EVERYBODY! DON’T TOUCH MY CALZINI!!!

foto-7Foto 7. Grazie a tutti coloro che mi hanno telefonato, mandato messaggi su whatsapp, facebook e mail. Il mio staff che si è occupato della comunicazione, pagato profumatamente con formaggi comprati al discount, non ha potuto rispondere come avrebbe voluto, causa intasamento linea e neuroni.

foto-8 Foto 8. Corri, corri, che il valzer comincia alle 18. Sulla destra il modello su cui speravo di salire, ma i sampietrini a Roma e i cavalli che cagavano ovunque sono stati un deterrente. Sulla sinistra la macchina utilizzata per la partenza verso il ballo.

foto-9Foto 9. E il valzer suona.

foto-10Foto 10. E poi arriva la mezzanotte e il valzer finisce. Finisce tutto? Il sogno per essere tale deve durare poco, altrimenti perde la sua magia. Ora le lancette continuano a correre, nessuno le può fermare. Il nuovo giorno è entrato nel calendario. Che cosa è successo? Com’è andata? Lo racconterò lunedì prossimo. Che cosa è rimasto di questa giornata? Un po’ di fantasia, quella che mi serve per inventare il mio domani.

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THINK BIG!

“Sogni da ricordare” (I Got Dreams To Remember, 1968 – Otis Redding)

Peso: + 200 gr

Penso che in assoluto la relazione migliore della mia vita è quella con il canadese. Non discutiamo se lascio la tavoletta del cesso alzata, se mi sono dimenticato di tirare fuori i panni dalla lavatrice, se lascio i calzini sopra la stampante, se non metto il tappo al dentifricio, se non invito i parenti serpenti che sibilano contro di noi, se non ho ancora messo l’acqua a bollire ed è arrivata l’ora di cena. È perfetta perché non ci vediamo e chiaramente non scopiamo. Ci uozzapiamo, telefoniamo e ci vediamo su skype. Ha un grande pregio, quello di sapere cosa vuole, rispetto a certi trogloditi pleistocenici che a confronto un gatto castrato ha più palle di loro. Posso senza dubbio affermare di conoscere Montréal meglio di qualsiasi guida turistica. So cosa mangiano, le abitudini di vita. Mi ha raccontato tutto. Ho sul mio cellulare talmente tante foto che il servizio fotografico del matrimonio di Kate Middleton e il principe William è robetta da figurine Panini.

Direi che questa è davvero la relazione perfetta. Certo ci sono alcune differenze culturali, oltre alle 6 ore di fuso orario e 6.583,31 km di distanza. Mi scrive spesso durante la pausa pranzo, dedicandomi il suo tempo con racconti di quello che sta facendo. Poi spegne il cellulare durante l’orario di lavoro. Un po’ mi vergogno a dirgli che per noi italiani la pausa pranzo è sacra. Nessuno ci deve interrompere, manco se arriva una telefonata in cui ti informano che sta morendo tua madre, perché in quell’ora dobbiamo staccare dalla pesantezza del lavoro. Whatsapp e i social network li usiamo rigorosamente solo durante l’orario lavorativo, perché bisogna alleggerirci dallo stress del lavoro stesso.

Il canadese non crede al riscaldamento globale perché fa un freddo boia in Canada. Meno 20 gradi si sta bene; meno 33 gradi è una giornata fredda! Spesso si trovano a spargere sale o a spalare la neve per agevolare le strade, perché non vogliono fare tardi al lavoro. Io mi vergogno a dirgli che magari noi qui speriamo che la neve ci sommerga, come a Roma nel 2012, e tutti a festeggiare come se Totti avesse fatto 15 goal in una partita contro la Lazio. E col cazzo che abbiamo spalato, perché nessuno voleva andare a lavoro. L’ha fatto solo l’allora sindaco Alemanno, perché aveva capito che di lì a poco se lo sarebbero inculato.

Qualche giorno fa è andato a visitare un salone di macchine e mi ha mandato le foto e dei messaggi.

Canadese: “It was awesome, so many expensive and nice regular cars. I really liked the Alpha RoMeo.”

Rom: “In this moment i’m not a millionarie and i can give you only a RoMeo.”

Il mio inglese sta notevolmente migliorando, se prima era “the pen is on the table” adesso è “the pen is under the table”. Prima o poi riuscirò a tenerla in mano ‘sta cazzo di penna. Ora il canadese sta aprendo un’altra attività, perché lui si considera un sognatore, soprattutto perché vuole fare un sacco di soldi per poter viaggiare, vivere meglio. Diciamo che la differenza più grande è la loro cultura del fare, fare e fare, noi invece siamo quella del parlare, parlare e poi parlare. Ci perdiamo nelle chiacchiere, spesso inutili e improduttive, dal Parlamento ai social network, dalle istituzioni alla vita di tutti i giorni. I suoi saluti finali sono sempre: Hey Rom Think Big! E spesso non so mai cosa rispondere, se non con la solita frociata di emoticon.

Lui dice che bisogna sempre pensare in grande e che bisogna sempre fare, eppure per noi sembra più facile rassegnarci a certe cose, come a certi malgoverni. E la speranza ha il tempo di vita di una foglia nella stagione autunnale. Ma non parlo solo di me. Ho amiche che crescono i figli da sole e adesso l’unica cosa che sognano è che i figli la notte riposino tranquilli, perché non ce la farebbero a stare dietro ai loro lamenti, dopo una giornata di lavoro. Se gli immigrati una volta sognavano una terra dove avere un futuro, adesso sognano almeno di attraversare quel pezzo di mare.

Dovrei dire al canadese che il problema è che tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, ci siamo noi.

Pochi giorni fa è arrivata a casa una sua cartolina, la seconda che mi ha inviato, per farmi il suo particolare in bocca al lupo per la presentazione del libro che si terrà il 19 febbraio presso la Libreria Teatro Tlon (tiè pubblicità progresso). Mi ha scritto delle cose che tengo per me. E mi ha fatto molto piacere, soprattutto dopo che ha letto il blog, visto che parla meglio l’italiano lui di come parlo io l’inglese. E le sue parole mi hanno colpito. In fondo è strano perché dopo che ho aperto il blog c’è chi mi ha detto che non mi dava due lire, c’è chi è scomparso, chi non mi ha più scritto o chi mi ha tolto l’amicizia su facebook dopo aver saputo che pubblicavo un libro, manco avessi firmato un contratto con la Feltrinelli o con la Mondadori (GAEditori senza offesa eh). Uno in particolare prima di cancellarmi mi ha detto: certo che in Italia pubblicano cani e porci. Ed io ho risposto: io fortunatamente sono un orso. Ma non l’ha presa bene, l’ironia non era il suo forte. Ma per fortuna c’è chi mi ha scritto altro. In fondo il web non è altro che l’estensione virtuale della vita, bisogna sempre scremare.

Il canadese dice: Think Big! Dovrei dire al canadese che con gli anni i miei sogni sono cambiati, si sono adattati al clima, all’età, alla crisi, alla vita e altri invece li ho persi per strada, forse perché si sono assuefatti alle incertezze, alle scivolate. Ma ogni volta che tento di dirgli qualcosa, lui dice che non mi può “insegnare” a sognare, ma mi dice che quello che lui ci fa con i suoi sogni. E di certo non li mette negli angoli ad accumulare polvere o nei cassetti sommersi dai calzini.

Quando leggo i suoi messaggi, soprattutto il suo entusiasmo, mi rendo conto di quanto abbia fatto uno spending review sui miei sogni.

Dovrei dirgli che una volta sognavo di più e che adesso mi lascio andare solo a qualche fantasia.

Dovrei dirgli che una volta sognavo di lavorare, adesso invece di arrivare vivo a fine giornata.

Dovrei dirgli che una volta sognavo l’amore, adesso almeno di non sentirmi solo.

Dovrei dirgli che una volta sognavo la guarigione di mia madre, che qualcuno trovasse miracolosamente la cura all’Alzheimer, adesso mi auguro solo che la sua morte sia quanto meno dignitosa.

Dovrei dirgli tante cose. Invece ieri sera gli ho detto che questa settimana ho rimesso in sesto la bicicletta, e adesso giro per la pista ciclabile, quando le giornate lo permettono, evitando buche e facendomi i calli al culo; che ho salutato Pino, il barista storico del quartiere, che è andato in pensione e preparava un cappuccino che faceva cagare, ma era un piacere sentirlo parlare della sua vita; che lunedì ho cenato con Irene e Giuseppe, e venerdì con HegeLuca e Maria, che i miei amici ci sono sempre; che ogni mattina, nelle ultime due settimane, metto delle briciole di pane sul davanzale della cucina, perché c’è sempre un uccellino che viene a mangiucchiare. Gli ho detto che spesso resto ancorato alla paura, solo perché poi sotto dovrei fare i conti con i miei fallimenti, ma gli ho anche detto che nonostante questo, in tutti questi anni non ho mai messo i paraspifferi alle finestre, perché mi piace pensare che tra quelle fessure non passano solo il vento, la polvere, ma anche le voci dei passanti, che nonostante le difficoltà della loro vita, continuano a parlare di sogni.

047-think-bigQuesto lunedì è per il canadese.

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